1982 – 2016

Amici di TamTam  /   /  Di un nostro lettore

di Mariaelena Porzio

 

1982
Sono qui solo da qualche ora e avrei già voglia di tornare. Questa cosa è piuttosto preoccupante, non trovi?
Sono sceso dal treno alle tre e il bus era proprio lì, al capolinea. L’ho preso al volo senza fare il biglietto e una volta arrivato a casa mia nonna mi ha guardato con una faccia strana e ha subito messo l’acqua sul fuoco. Ha preparato due etti di spaghetti al pomodoro, dice che sono deperito. Dopo aver mangiato mi sono chiuso in camera e ho suonato qualche pezzo di Pastorius, aspettando mia cugina. L’appuntamento con gli altri è al Molo Audace, ma arriveremo in ritardo come al solito, perché sono già le cinque e lei non è ancora qui.
Sai invece cos’è successo ieri sera a cena? Mio padre ha iniziato a farmi strane domande. Ha scoperto che sei passata da casa, non so chi glielo abbia detto, forse mio fratello ha confessato sotto indicibili torture o forse ha fiutato il tuo profumo, con quel suo naso da segugio. Fatto sta che è partito con una specie di interrogatorio al quale ho risposto a monosillabi, perché non avevo voglia di parlarne con lui.

2016
Alla fine della grande curva il tuo mare si apre improvviso, come un pugno nello stomaco porta via il respiro. Graffiato dalla bora, lussurioso nella stagione calda, avido di corpi in inverno, quando sulle rive mancano le triestine stese al sole. Amo percorrere la strada costiera con lentezza, senza superare, senza perdermi nessun particolare di questo arazzo naturale. Trama intessuta con mille fili di luce, luogo indelebile della memoria mentre l’orizzonte è una linea sfilacciata da petroliere scolorite che attendono in rada. Sono solo icone, ombre cinesi che galleggiano sul filo del mondo, avresti detto.
Accesa spenta accesa spenta. La freccia della Golf davanti a me pulsa come un muscolo cardiaco, l’auto vira a destra e parcheggia in un piccolo spiazzo che pare un incipit di cemento messo lì apposta, per introdurre allo spettatore una scontrosa grazia cittadina che da qui sembra ancora solo bellezza. Scende una giovane coppia, il ragazzo ha in mano uno smartphone, cattura in jpeg il volto di lei. Di fronte, di lato, tre quarti, mentre lo sfondo è un immobile crepuscolo che durerà pochi istanti o un tempo indefinito. Mi accorgo di essermi fermata anche io. Inconsciamente.
Osservo con discrezione i due. La ragazza sorride, lui scatta e io mi sento un po’ antiquata con questa Nikon portatile, ma non importa. La poggio sulla ringhiera perché le mani mi tremano e la verità è lì, davanti a me. Si offre nuda, nella sua crudezza. Nella sua spietata suggestione.
“Le spiace…?” mi chiede il ragazzo, che all’improvviso vedo al mio fianco. Mi sta porgendo il cellulare, ha un sorriso gentile. Non sa che sta andando in scena una replica. Una rivisitazione in chiave moderna di un’altra storia.

Da quando ci siamo salutati, ieri mattina, non ho fatto altro che guardare a intervalli pressoché costanti l’istantanea che quel tipo ci ha fatto sulla costiera. Ricordi? Sei bellissima in quella foto, un po’ abbronzata, con i capelli raccolti e la maglia traforata che ti sei fatta ai ferri. Mi piace quella maglia, lascia immaginare quello che c’è sotto (ma non troppo).
Scriverti è come parlarti e questo mi fa stare bene, quindi sono steso sul letto con carta e penna in mano anche se sono le undici di mattina. Mia nonna, dopo essere entrata in camera e aver bisbigliato – te me par proprio imbambolado – si è eclissata in cucina a preparare la jota e io che vorrei chiamarti, qui da casa non posso. Dovrei scendere in città e cambiare cinquemila lire in gettoni, lo farò questo pomeriggio quando Daniele mi passerà a prendere e ce ne andremo un po’ in giro.
Oggi la bora soffia a centoventi, le finestre di casa tremano di paura sotto le raffiche, l’aria entra dalle fessure ululando come un lupo. Mia nonna dice che tutta quella corrente le fa venire i reumatismi e vorrebbe cambiarle. Dice che lo farà appena può, cioè mai, perché con la sua pensione e qualcosa che aggiunge mio padre, arriva si e no a fine mese. Quando la bora è così forte il cielo diventa trasparente e quella briciola di mare che si vede da qui, sembra ancora più blu. Ho visto le previsioni e so che anche da te c’è il sole, ma a Udine non scalda come a Trieste. Prima o poi te ne convincerai.
Termino confermandoti che l’ultimo disco dei Simple Minds che abbiamo preso all’Angolo della Musica è semplicemente fantastico. Ogni volta che finisce sollevo la puntina e la rimetto all’inizio per riascoltarlo. Ho registrato tutto l’LP su una cassetta, ti piacerà.

Hai ragione. La profondità del cielo non è la stessa di quando sono partita da Udine e adesso un sole innaturale se ne sta lì, tremolante nel suo ultimo atto, a bersi l’orizzonte tutto d’un fiato.
Deve essere questa imbastitura con il mare che crea l’incantesimo, un perfetto lavoro di sartoria. Io e te insieme siamo la prova dell’esistenza di dio, dicevi. Io mare, tu cielo. Io trama, tu ordito.
Anche noi saremmo durati un istante, un solo momento perfetto che sarebbe bastato a dare un senso a tutto. Come il sole che un attimo fa c’era e adesso non c’è più, scomparimmo anche noi dietro le quinte, dall’altra parte della terra.
I ragazzi hanno guardato il risultato del mio scatto, pare sia venuto bene anche se, senza occhiali, sono andata un po’ a caso. Tempo e presbiopia procedono complici, corresponsabili di questa cataratta sentimentale: il primo vela i ricordi, la seconda sfuoca i dettagli.
“Posta su Facebook” ha detto la ragazza, che pareva entusiasta dell’immagine. In dono al mondo intero la versione digitale e aggiornata di una foto che uno sconosciuto ci scattò il giorno del nostro primo anniversario, ricordi?
“Cosa scrivo?” ha chiesto lui prima di inviare. Ho pensato che oggi tutto si può trasmettere con un semplice clic, con la stessa velocità ogni cosa passa e si dimentica. Come se la bidimensionalità dello schermo impedisse una profondità durevole. Ho pensato che non sempre c’è qualcosa da scrivere, che alcune percezioni vengono sublimate dall’assenza di parole.
Trieste incarnata nel ricordo di una foto ingiallita. Trieste musa ispiratrice. Trieste palcoscenico della nostra storia.
Niente ho detto. Non scrivete niente. Devo averlo detto troppo piano o forse l’ho solo pensato. Mi hanno ringraziato e mentre ritornavano verso l’auto, lei dettava, lui digitava frenetico sul tastierino. Se ne sono andati, io mi sono fermata ancora un po’.

La scrittura è una chimera. Mi illude di accorciare le distanze, ma non appena poso la penna un flusso ininterrotto di echi visivi e sonori mi assale e mi prende di nuovo la nostalgia. Il tuo viso, il tuo corpo e il suono argentino della tua risata. Che significhi qualche cosa? Non lo so, ma è il motivo per cui ho deciso di uscire di più o tra queste mura potrei impazzire.
Ieri pomeriggio Daniele è venuto a prendermi, abbiamo giocato a calcio nel campetto vicino casa, quello attaccato alla chiesa dove andavo a messa con mia madre. Poi la sera, dopo aver mangiato a casa sua, abbiamo guardato la semifinale Italia Brasile, l’hai vista anche tu coi tuoi? Siccome non capisci niente di calcio non ne ho la certezza e quindi ti confermo un’incredibile tripletta di Paolo Rossi. Siamo in finale!
Ho fatto tardi, in effetti sono rientrato alle due di notte e ho trovato mia nonna ancora sveglia con un espressione sulla faccia che ricordava Cerbero. Era in cucina e si stava facendo una camomilla per calmarsi. Te par questa l’ora de tornar? Te me farà morir prima del tempo…
A questo punto non vorrei che ti arrabbiassi anche tu, ma il fatto è che, finita la partita, siamo scesi in città a festeggiare e in Piazza Unità c’era tutta Trieste. Abbiamo girato con le bandiere fuori dal finestrino della macchina (una vecchia Fiat 850 su cui ti vergogneresti di salire…ti conosco) e il tempo è volato. Mi sarebbe piaciuto fossi qui con noi.
Oggi invece ho chiesto a mia cugina di aiutarmi con lo sloveno, io lo parlo un po’ ma non lo so scrivere. E ho buttato giù una cosa la cui traduzione arriverà solo con la prossima lettera. Così nel
frattempo morirai dalla voglia di sapere.
“Si nadomestni mojo mamo na srcu. Ljubim te, ne glede na to, kaj se zgodi”
Curiosa, eh?
Ti mando anche due foto fatte a Barcola. Sono un po’ sfuocate e mosse, (mia cugina non è una grande fotografa), ma accontentati. Serviranno comunque a non dimenticarti di me.

Sento che il profilo di Dante è vicino e allora mi preparo. Cerco con il pedale la velocità migliore, il giusto passo per non intralciare il traffico né perdermi una silhouette che vive il tempo di un respiro. Non l’avrei mai notata viaggiando in treno, l’ho scoperta con te un giorno che mio padre ci ha consentito di prendere l’auto per andare a trovare tua nonna in sanatorio. Poco prima di immetterci nella galleria mi hai detto guarda in alto, guarda il naso del grande poeta.
Da allora ogni volta che la mia direzione è stata Trieste, l’ho cercato. E’ un lasciapassare che sdogana i ricordi e quando da qui fuggo, nel finestrino retrovisore lo cerco. Chissà se quel profilo è casuale o voluto e chissà se è vero che dopo la caduta del fascismo si doveva pronunciare tre volte le parole viva Dante, quando si attraversava la galleria. Per sottolineare la voglia della tua Trieste di essere italiana.
I primi due anni di ginnasio li hai fatti alla Dante Alighieri. Poi tuo padre ha raccolto i cocci della sua vita e ha chiesto il suo trasferimento a Udine, ha iscritto te allo Stellini. C’è stato bisogno di quell’assenza per fare di questa storia la nostra storia. E il giorno in cui sei entrato per la prima volta in classe ti ho respirato come fossi la prima sigaretta, con un miscuglio di diffidenza e trasporto. Qualcosa in me percepiva già il pericolo.
Attraversata la galleria so che arriverà il chilometro 143.
Le pietre miliari sono state sostituite da cartelli affissi al guardrail. Intravedo le prime indicazioni del Tenda Rossa. Rallento.
Il piccolo caseggiato del ristorante da allora è rimasto uguale a se stesso. Lo supero, la strada fa una grande ansa e svolta a sinistra. È quello il momento esatto in cui ogni volta, in punta di piedi, la memoria entra nel vivo della rappresentazione. Il mio sguardo si posa sui frastagli della parete, sulla roccia che a tratti lascia spazio alla sterpaglia, indaga curva dopo curva cercando il punto esatto in cui in una mattina piovosa di aprile, è andata in scena la grande tragedia.

Stamattina mi sono svegliato alle undici. In cucina ho trovato mia cugina che aspettava che mi alzassi facendo un solitario a carte e mia nonna che curava le tegoline per il minestrone. Abbiamo sentito qualche disco, David Bowie, George Benson, Steely Dan, e dopo un po’ era già ora di pranzo.
Questo pomeriggio invece mi sono sentito male perché ho realizzato di non aver ancora aperto il libro di greco e d’ora in poi dovrò studiare ogni giorno per recuperare il quattro e salvarmi dalle ire di mio padre. In letteratura va meglio, ho preso in mano il secondo Canto dell’Inferno e mentre studiavo ho pensato che fino a un anno fa anch’io ero sospeso in una specie di limbo. Poi sei arrivata tu, bella come Beatrice, ma se devo dire la verità molto più sexi.
La cosa più preoccupante è non avrei mai pensato che potesse mancarmi la scuola. In realtà mi manca vederti ogni giorno e fare con te niente e tutto. Mi manca fare l’amore ogni volta che leggo sul tuo viso che anche tu lo vuoi. Mi manca starti seduto vicino in classe. Almeno lo spero, perché l’anno scorso tu eri al tuo posto e io sempre in punizione con il banco sotto la cattedra.

La costiera è un’arteria sentimentale in cui scorre il nostro plasma. Per alcuni tratti la roccia carsica è ricoperta da una rete metallica di sicurezza, in altri la natura è contenuta da un muro artificiale. E’ qui che a volte ho la sensazione di percorrere una Via Crucis, dove le stazioni sono lapidi incastonate nella pietra. Targhe di marmo o di bronzo su cui sono incisi nomi e cognomi e date che sfuggono. Morti che non hanno mai scalfito l’incanto di questa strada.
So che dietro queste pareti ce ne sono altre che non si vedono e dietro a quelle, altre ancora. Lassù,
dove il Carso è ancora selvatico e libero di esprimersi, tu andavi a rampicare.
Una volta giurasti che mi avresti portato in Val Rosandra. Secondo te dovevo provare anch’io l’eccitazione della scalata e così un giorno partimmo da Udine con quell’intenzione.
Quel giorno in Val Rosandra non ci siamo mai arrivati. Ti fermasti a casa ricordi? Tua nonna non c’era più e tuo padre ti aveva comunicato la sua decisione irrevocabile. L’ho messa in vendita, ti aveva detto, ma tu avevi ancora le chiavi. Quella era casa tua. Era nella tua testa, dentro di te come un unghia incarnita. Era una coperta calda che ti proteggeva dalle raffiche, nonostante le finestre fossero ancora lì, fuori asse. Tarlate e consumate. E noi ancora una volta nudi, a mescolarci la pelle e i sensi, con la contezza di essere tutto e nulla.
Non ho mai imparato la strada, ancora oggi arrivo fino all’Università e poi mi perdo. Non mi oriento in quel labirinto di caseggiati popolari, tutti rigorosamente uguali, tutti senza ascensore. Dal terzo piano, lanciando lo sguardo oltre l’ippodromo, c’era quel piccolo pezzo di mare. Era lontano e costretto tra i palazzi, ma sufficiente a dissolvere la sensazione d’essere figli di un dio minore. Il giorno si fondeva con la notte, la notte diventava giorno. Io ero il tuo yin, tu il mio yang.
Dopo, mi hai portato a Villa Revoltella, nel luogo in cui si erano sposati i tuoi. Abbiamo sbirciato dentro la casa del custode, gettato pane secco nella vasca dei pesci rossi e verso la parte occidentale, passeggiato fino allo chalet. Da lassù la città si offre in tutto il suo fascino altero. Trieste nobildonna, Trieste anacronistica, Trieste rappresentazione di tutto quello che la mia città non è. Un giorno ci sposeremo qui, hai detto, qui nasceranno i nostri figli.
Desiderio di sacralità recondito, mai confessato ma promesso a noi stessi. Ignoravamo l’inferno che sarebbe arrivato, dopo.

E’ mezzanotte.
Ti chiederai come mai ti scrivo a quest’ora. Beh, non riesco a dormire e temo che il motivo sia la tua assenza: non ti vedo da tre giorni.
Stamattina sono andato a rampicare. Il gruppo “Rose D’Inverno” del CAI ha aperto una nuova ferrata che è lunghissima e difficile. Anche piuttosto alta, circa trenta metri e questo la rende molto attraente (quasi quanto te). Siamo andati su, Daniele davanti e io dietro e a un certo punto gli è scivolata la gamba. Io, che stavo aspettando su un piccolo terrazzamento di roccia, mi sono preso il suo piede in faccia. Se prometti di non arrabbiarti come al solito, ti dico anche che sono rimasto appeso alla corda di sicurezza per un paio di minuti. Insieme a me ciondolava nel vuoto anche la catenina che porto al collo, con il plettro d’oro che mi hai regalato. Mentre lo guardavo librarsi nel vuoto ho pensato che se per qualche misterioso motivo si fosse sganciato e fosse caduto, d’istinto sarei volato giù anche io, per riprenderlo…
Comunque a parte un piccolo colpo alla mano e un livido sul viso, ora sto bene.
Nel pomeriggio sono andato ai topolini con mia cugina, che per tutto il tempo mi ha preso in giro per il mio occhio nero. Ha la patente da un mese, così la cosa più divertente è stato il viaggio, perché ha guidato come una pazza. Un giorno o l’altro te la presenterò, mia nonna dice che sembriamo fratello e sorella e in effetti ha ragione, sono molto più simile a lei che a Davide, anche fisicamente. In realtà quello che volevo dirti è che l’acqua era freddissima e non abbiamo fatto il bagno, ma solo preso un po’ di sole e un gelato.
Le ho parlato di te, ho detto che sei di Udine e che somigli a Claudia Cardinale. Lei ha ascoltato senza dire niente, solo guardava verso Fiume, dove sono nate le nostre madri. Insomma, per fartela breve, dopo un po’ ha storto il naso, si è accesa una sigaretta e ha sentenziato.
No te podevi trovar de meio? Te sa che no me piasi, le furlane…
Allora ho risposto che sei simpatica e un po’ matta come lei. Non so se sono riuscito a convincerla, comunque ha detto che vuole conoscerti.

Mi avvicino al bivio di Miramare mentre questa giornata di fine luglio si consuma lenta come un moccolo di candela. Tra poco Trieste si accenderà di luce artificiale, i lampioni si rifletteranno nello
specchio che bagna le rive, la loro immagine seguirà le minuscole incertezze del mare, l’intransigenza del ferro diventerà fluida morbidezza dell’acqua. Ma ancora per poco questa è l’ora in cui la pietra bianca istriana cambia colore. L’attimo in cui la luce, come un impressionista, gioca a dipingere le pareti dell’antica residenza imperiale con tonalità di rosa mescolate a striature d’oro antico.
Chissà se nel parco del Castello il grande glicine è ancora lì, indelebile al passare del tempo, sempre più contorto e pensieroso come un vecchio costretto all’immortalità. Non resisto alla tentazione, non ho fretta di arrivare. Tu ragioni di pancia, invece bisogna essere razionali. Uno dei miei mariti, non ricordo se il primo o il secondo, non faceva che ripeterlo e in effetti è così. Questa necessità sale dalle viscere, come lava da un vulcano. Non parte e non arriva al cervello. E’ puro istinto.
Lascio l’auto nel parcheggio a pagamento e proseguo a piedi. La voce del mare diventa una sinfonia che mi prende sottobraccio e mi accompagna fino al piazzale. Davanti all’ingresso non c’è nessuno e pare ci sia una ristrutturazione in atto. La fontana è chiusa, i giardini sono in via di rifacimento, la panchina non c’è più. Invece lui è ancora lì, altero e sprezzante. Sono sicura che mi riconosce, tante le volte che sotto la sua ombra la mia bocca diventava tua. Le sue foglie sembrano fremere, quando mi avvicino.
Dell’incisione sul tronco non è rimasto che un accenno. Crescendo, la corteccia ha fagocitato le iniziali, è rimasto solo il profilo di un cuore, come una cornice senza tela. L’unica cosa che eri riuscito a cesellare bene, passando e ripassando con il coltellino. Le lettere dei nostri nomi le avevi appena accennate quando, sollevando lo sguardo, lo hai visto. Il custode stava correndo verso di noi sbraitando. Mi hai preso per mano, siamo scappati mentre un gabbiano ci guardava incuriosito. Il Castello alle nostre spalle diventava sempre più piccolo.
Ho dimenticato di dirtelo e ho il sospetto che la dimenticanza sia stata intenzionale, ma forse l’avrai intuito. Sono stata sposata per due volte. I flussi di coscienza che scaturivano dalle nostre discussioni, la percezione sensoriale portata all’ennesima potenza, erano cose che andavano obliterate. Ho tentato di replicare, di dimostrare a me stessa e al mondo che ne ero ancora capace. Ma sono state solo copie in carta carbone di quello che avevo vissuto con te.

A causa del compleanno di mia nonna ho dovuto fermarmi qui due giorni in più, perché oggi l’intero parentado triestino si è riunito per celebrare l’avvenimento. Abbiamo mangiato tramezzini e patatine e alla fine una fetta di torta deliziosa. Domani mattina prenderò il treno ed è probabile che quando leggerai questa lettera sarò già a Udine. Arriverò verso le dieci e casa mia sarà vuota e disponibile…
Daniele è tutto euforico perché da qualche giorno si è messo insieme a una mula che gli piaceva da tempo. Quindi l’altro giorno lui e Olivia (appunto lei) sono passati a prendermi e siamo andati in Carso. C’era gente che giocava a carte, altri a calcio, qualche coppia era sdraiata sull’erba. Sono stato travolto da una valanga di nostalgia e allora sai cos’ho fatto? Ho preso la chitarra e ho iniziato a suonare qualche pezzo. Dopo un po’ nessuno giocava più a carte ed erano tutti (e tutte) attorno a me. Sei un po’ gelosa, vero?
Naturalmente quando sono rientrato mia nonna mi ha fatto la solita scenata perché lei e mio fratello avevano finito di cenare da due ore. Ha persino iniziato a dire che non è il caso che vada ogni momento a Udine. A far cossa? No te podessi star più calmo?
Io mi sono inventato una storia. Le ho detto che devo aiutare un amico a preparare la sala per una festa e dopo un po’ si è calmata. Scendo in città stasera per telefonarti, ma ho in tasca solo cinque gettoni, rastrellerò la casa per trovarne altri.

Forse questo non è il posto giusto per sbarazzarsene. Qualcuno le scambierebbe per immondizia in balia dei flutti. Varda là, i buta le scovaze in mar.
Non ho nemmeno una risposta al perché le ho conservate finora. Dopo tutto è una corrispondenza univoca, orfana di risposte, perché non ho mai saputo che fine hanno fatto le mie parole per te.
Un brivido di freddo mi sfiora, sufficiente a farmi infilare un golfino di cotone. Mi incammino
verso l’auto e riprendo il mio viaggio, ma non faccio molta strada. Poco dopo sono già ferma, perché dal decimo topolino in poi si va avanti a passo d’uomo.
Avevo dimenticato che oggi è sabato, che a quest’ora l’orda di triestini che si è riversata a Barcola, si appresta a tornare a casa. A ogni pedonale mi passa davanti un consorzio umano che ho imparato a riconoscere. Sfila la Trieste sbarazzina della muleria con la musica nelle orecchie. Sfila la Trieste meticcia delle famiglie il cui sangue slavo si è mescolato con quello italiano. Sfila la Trieste in pensione, con carte da gioco in tasca e tavolini pieghevoli sotto il braccio.
In qualsiasi altro posto mi innervosirei, maledicendo il fine settimana e questo fiume di gente che mi fa procedere con esasperante lentezza. Qui invece so che funziona così. Trieste città franca, Trieste vagabonda e oziosa. Una sostenibile leggerezza dell’essere che fa da contrappeso alla gravità del friulano doc, tutto casa e lavoro e stadio la domenica pomeriggio.
A Barcola prediligo la pineta ai topolini e ne rimarresti deluso perché era l’unica parte che non ti piaceva. Dicevi che là c’erano solo anziani e famiglie con bambini, ma forse è proprio per questo che la preferisco.
Ho imparato ad amare la scomodità del porfido, a sentirne sotto il corpo una durezza che mi impedisce di dormire e costringe a tenere lo sguardo acceso sul mare: Lo stesso che poco più in là bagna il litorale morbido e dorato di Lignano.
Quando la schiena inizia a far male mi alzo e cammino un po’. Mi avvicino agli scogli, al movimento perpetuo delle onde e scruto fondali trasparenti che amavi esplorare con pinne e maschera. La ragazza del baretto ormai mi conosce, quando mi vede già prepara il solito cappuccino che si ostina a chiamare capo in tazza grande, perché anche nel caffè qui sono diversi. Trieste città di confine, abituata a differenze di razza, di lingua, di religione che la mia terra ha sempre guardato con diffidenza. Trieste città accogliente, vertiginosamente aperta anche nelle vocali. La mia parlata non indigena viene subito percepita, seppure mai sottolineata. Raramente riconoscono la mia friulanità. Gli anni di teatro hanno neutralizzato quella lieve cadenza udinese per cui amavi prendermi in giro.
Divago senza rendermene conto e il quesito primo è ancora lì, alla ricerca di una risposta che forse non c’è. Perché ho conservato finora le tue lettere?
Avrai capito che è mia intenzione liberarmi di un retaggio che per anni è rimasto dormiente nel cassetto della biancheria intima. Voglio recidere quel che resta di un cordone ombelicale decomposto e sfilacciato. Voglio liberarmi di un fantasma che prende vita ogni volta che le leggo. Pavida illusione che tu ancora esista.

Questa settimana non siamo andati a rampicare. Di solito camminiamo sotto il sole cocente fino alla fermata, prendiamo due bus e poi facciamo un pezzo di sentiero fino alla ferrata. Ovvio è che dopo aver rampicato vale la stessa processione per rientrare. Adesso che Daniele ha la macchina potremmo evitare tutta quella fatica, ma il problema è che preferisce passare ogni momento libero con la mula. La conseguenza è che anche oggi non ho fatto niente a parte suonare e pensare a quanti giorni mancano prima di tornare.
Ieri quando sono rientrato ho trovato le tue lettere sulla tavola, ma ho resistito alla tentazione di leggerle subito, davvero fortissima, perché prima ho cenato (da solo, perché come al solito ero in ritardo). Ho rovesciato il bicchiere della coca cola pieno fino all’orlo ma stranamente mia nonna non ha detto niente. Da qualche tempo sembra troppo stanca per impegnarsi nelle sue sfuriate. Tua nonna al posto suo avrebbe urlato come un’ossessa, in quella lingua incomprensibile che parlate in casa “Alòre frute, dut al dì a tôr? Tu viòdarâs quant ch’al rive to pari!” *
Insomma ti stavo dicendo che ho cenato e poi mi sono messo a leggere le tue lettere. Tra le tante cose, scrivi anche che quando mi telefoni ti sembro strano. Mi dispiace, sai che a casa mia c’è quasi sempre qualcuno e che non posso parlare. Se il parentado mi sentisse dire che ti amo e che voglio tornare a Udine al più presto, mi farebbe rinchiudere a S. Giovanni per sospetta demenza. Tanto per essere chiari, sai dove sono adesso? Sdraiato sul letto. Ti chiederai dov’è la novità, visto che quando sono a casa praticamente non faccio altro. Dunque ti dico che fino a un attimo fa
tentavo di riavvolgere la bobina dei ricordi. A occhi chiusi e con la tua maglietta tra le mani, volevo rivivere i tre giorni passati insieme e ogni tanto ci affondavo il naso come un segugio, perché il tuo odore materializza la tua assenza. Sai di mandorle e muschio. Sai di fresca bellezza. Mi sono sempre dimenticato di dirti cosa c’era scritto nella frase misteriosa. Lo vuoi sapere?
Hai sostituito nel mio cuore il posto che era di mia madre. Ti amo, qualsiasi cosa succeda non dimenticarlo mai.
Ecco, questo c’era scritto.

All’incanto della costiera fa da contrappeso un purgatorio di edifici diroccati che introducono alla città. Croste di un passato che non si rimargina, perché qui il passato è presente. Trieste porto vecchio, Trieste commessura tra est e ovest, anima ambigua figlia del Mare e dell’Impero. Mitteleuropea e mediterranea insieme. Trieste accozzaglia di auto, scooter, autobus che ti aggrediscono appena superi la stazione ferroviaria. Si affiancano, ti superano, sfrecciano a destra e a sinistra, si ammucchiano ai semafori.
La scatola che mi ha accompagnato in questo viaggio è poggiata sul sedile e ogni tanto quando il traffico mi permette una sosta, la guardo. E’ bella, di cartone lucido e ha un nastro di raso che la circuisce vezzosamente. Sembra un pacco dono in attesa di essere consegnato, se non fosse che il destinatario mi è ancora sconosciuto. Alle mie spalle il Silos e un piazzale che tante volte hai attraversato per tornare da me o perché da me eri costretto ad allontanarti. Dallo specchietto retrovisore ti vedo. Sei lì, sugli scalini, ad annusare quell’aria di mare che è la tua vita, indeciso se attraversare o aspettare ancora, perché voglia di fare questa o quella cosa non ne hai affatto. Gambe lunghe e il passo lento e disamorato di chi non ha fretta. I Ray Ban celano il tuo sguardo. Le lacrime che non sei riuscito a piangere hanno messo radici inestirpabili.
Un giorno sei passato da me, avevi sulle spalle l’inseparabile chitarra e addosso un silenzio che sembrava consumarti, come un tarlo. Un silenzio che andava oltre la mia comprensione. C’erano dei problemi a casa con tuo padre, non sapevo di più. Devo andare, mi hai detto, non so quando potrò tornare.
La mattina successiva ho guardato l’articolo del giornale senza riuscire a leggerlo, mentre qualcuno mi portava a casa da scuola. Mezza pagina, tre colonne piene, la dinamica dell’incidente, scontro frontale e incendio. La foto delle vittime. E lei identica a te, tu identico a lei. La stessa forma della bocca, lo stesso sguardo.
Sulla Via Crucis della costiera c’è una stazione invisibile ai più. Nessuna targa al chilometro 143+600, in prossimità del Tenda Rossa. Nessun nome e cognome.
Le luci si spensero, tacque la musica, la fitta coltre di nuvole su cui usavamo danzare si sfaldò sotto una pioggia battente. L’illusione di immortalità si infranse quel giorno. Noi di nuovo figli di un dio minore, incapaci di raggiungerci, di sorreggerci. E io impotente, scarnificata dal senso di inutilità di cui mi aveva investito la tua partenza, schiacciata da un’assenza che sarebbe stata eterna presenza. Non ricordo quando avvenne che qualcosa rischiarò nuovamente le mie giornate.

Vorrei abbandonarle qui, le tue lettere, in questo piccolo cimitero. Lembo estremo del paese, braccio proteso verso una terra deturpata nella sua identità. Si, se questo bastasse a liberarmi di te lo farei. Invece come sempre mi siedo su un marmo che il sole non riesce ancora a scaldare e le rileggo una a una. E’ diventato un rituale, un appuntamento che segue il ritmo delle stagioni, che si rinnova a ogni mese di aprile. Un appuntamento al quale tu manchi sempre.
Il tuo non fu un addio. Non so quando potrò tornare, dicesti. E io, mentre leggo, allerto inconsciamente i sensi. Come fossi in attesa di un improvviso cigolio. Come se fosse normale vederti entrare all’improvviso da quel cancello di ferro, per venirmi incontro.

* “Allora signorina, tutto il giorno in giro? Vedrai quando torna tuo padre!”

About the Author

Cose scritte dai nostri lettori che, a volte, pubblichiamo.

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie clicca qui per visualizzare la privacy policy.