4 dicembre 2016

Augh  /   /  Di Taddeo Zannier

4 dicembre 2016. Ci siamo, finalmente! Un po’ tutti dentro la storia, comunque la pensiate e comunque votiate, o no. Lunedì tiriamo le somme. Intanto questa Costituzione italiana l’abbiamo finalmente imparata, più o meno. A scuola solerti e appassionati maestri cercavano di insegnarcela. E noi niente, somari distratti. Figurati se a quell’età hai tempo per imparare l’articolo 1 eccetera (“L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione…”).

Lavoro, sovranità, forme, limiti, ma cosa vuol dire? Che parole sono? Poi nella vita pratica da adulti chi mai si è accorto di dover andare avanti con la Costituzione in tasca, quei quattro fogli sgualciti e scritti con il linguaggio educato di un tempo. Invece adesso eccoci qui: che fare? Strano però: un testo uscito dall’Italietta gracile e ferita di 70 anni fa sottoposto alle violenze verbali dell’Italia feroce e sbrigativa di oggi. Strano davvero.

Allora è meglio rileggere qualcosa, e domenica tirare un respirone e decidere. Stavolta il macigno personale di ognuno peserà un pochetto di più. Ecco un articolo pubblicato nell’aprile del 2006 (quasi un secolo fa) e scritto dal grande Giorgio Bocca. Ne vale la pena, parola di TamTam.

L’esortazione di Romano Prodi a ricompattare il Paese dietro la Costituzione repubblicana è il vero programma di governo che il centrosinistra può e deve dare a se stesso e al Paese nella celebrazione del 25 aprile. Forse ai più giovani questa identità, questa consanguineità fra guerra partigiana e Costituzione democratica non è così chiara, così evidente, così definitiva come appare a chi la vide nascere, a chi si rese conto di persona che l’Italia stava cambiando. Nasceva, infatti, una patria degli italiani in cui operai e contadini uscivano dagli steccati di classe, e ‟il figlio di un operaio poteva avere attese di vita come il figlio di un imprenditore”, cosa che sorprende ancora Silvio Berlusconi. Una Italia in cui i comunisti cattolici socialisti liberali repubblicani e monarchici hanno potuto votare, lavorare, stampare giornali, formare sindacati, partecipare a libere manifestazioni, insomma far parte di una democrazia.

Chi è nato nella democrazia della Costituzione difficilmente riesce a immaginare che cosa era la democrazia regia e borghese. Ma in quella democrazia gli operai e i contadini vestivano sempre da operai e da contadini, erano sempre riconoscibili dalle loro abitazioni, dal loro cibo, dalla loro educazione; le loro periferie urbane, le loro campagne erano un altro paese, un paese straniero in cui un cittadino borghese si sentiva diverso. La differenza era che in guerra a morire erano in prima fila i proletari e anche gli operai tenuti nelle fabbriche restavano in linea di principio carne da cannone. Le guerre da cui nasceva l’Italia regia erano in larga parte estranee come scelte di campo, come comando, come partecipazione sentimentale, come propaganda alle classi popolari. In questa Italia divisa era nata una monarchia e dentro la monarchia una dittatura, ma la gente restava divisa, solo il Mussolini a torso nudo sulla trebbiatrice, essere multiforme, demiurgo universale poteva simulare una unità fragile o inesistente.

Per fare degli italiani una nazione vera, un popolo, c’è voluta la guerra persa e l’uscita dalla guerra con la Resistenza. Fu sotto i bombardamenti a tappeto che parificavano il centro delle nostre città alle periferie, fu la guerra di popolo partigiana cui partecipavano tutte le classi, tutti i partiti fra cui i misteriosi comunisti che la dittatura aveva costretto al silenzio, alla emarginazione, ad unirci. La Costituzione nacque da questo largo spontaneo, generale riconoscimento della unità di fronte ai diritti e ai doveri di tutti i cittadini. Nei terribili mesi della recente campagna elettorale mi sembrò quasi incredibile che un uomo politico da molti giudicato astuto e pragmatico come Berlusconi avesse in pratica scelto di mettersi contro questa unità, di raccontare come esseri demoniaci i comunisti, di mancare ostentatamente a tutte le celebrazioni partigiane, di creare un patriottismo fasullo con grande sventolio di tricolori qualunquisti, con gran rimbombo di inni senza senso e senza eco, composti e suonati per il cavaliere pagante.

Se avesse conosciuto meglio la nostra storia recente, in particolare la Resistenza, non avrebbe mai parlato delle formazioni partigiane come di nemici, non avrebbe mai riportato all’onor del mondo i miliziani di Salò, gli alleati fino all’ultimo del nazismo, alleati anche ora quasi senza accorgersene come quel ministro degli italiani all’estero che ancora rimpiange che a Alamein le divisioni dell’Asse non abbiano battuto gli inglesi come se una vittoria dell’Asse non avesse significato la vittoria del nazismo nell’universo mondo. La Costituzione democratica nacque dall’unità e dalla unità a cui parteciparono tutti i componenti dell’arco costituzionale, tutti i partiti della resistenza, tutti i partigiani che avevano camicie e distintivi di colore diverso ma che fortemente volevano un’Italia libera.

E siccome la storia della Costituzione e della Repubblica democratica nascono dalla Resistenza e non dalla collaborazione con il nazismo morente, siccome la nostra legislazione del lavoro nasce dalle lotte sindacali e non dalla carta corporativa di Verona, cioè da un raduno crepuscolare del fascismo morente, siccome la storia dell’Italia è questa e non può essere sostituita da rievocazioni del fascismo né rivoluzionario né del regime, difendiamola e onoriamola questa Costituzione, ricuciamo il piccolo strappo che ha subìto, rileggiamo le parole di Calamandrei:

‟Nelle montagne della guerra partigiana, nelle carceri dove furono torturati, nei campi di concentramento dove furono impiccati, nei deserti e nelle steppe dove caddero combattendo, ovunque un italiano ha sofferto o versato il suo sangue per colpa del fascismo, ivi è nata la nostra Costituzione. Essa può apparire alla decrepita classe politica che lotta per salvare i propri privilegi come una inutile carta che si può impunemente stracciare, ma essa può diventare per le nuove generazioni il testamento spirituale dei morti che indicano ai vivi i doveri dell’avvenire”.

Calamandrei peccava in lirismo resistenziale? A noi sembra che l’Italia ne abbia ancora un gran bisogno.

 
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