Crossing the bridge

Augh  /   /  Di Taddeo Zannier

In turco, la parola huzun, tristezza, è di origine araba e si trova in due versetti del Corano. Sul sentimento della tristezza lo scrittore Orhan Pamuk si sofferma in un intero capitolo dello splendido libro (edito da Einaudi nel 2003) dedicato a Istanbul, la sua città che guarda verso l’Europa alla ricerca della città invisibile, libera dalla miseria e dalla decadenza, forse una città che conservando un’identità orientale racchiuda qualità e successi dell’invidiato Occidente. La tristezza che domina Istanbul è una condizione della mente – dice Pamuk – e la città l’ha assimilata con orgoglio assumendo infinite forme e sfumature. Nasce dal declino dell’impero ottomano, dai sogni delusi di grandezza della Turchia moderna, dalle antiche rovine che le case hanno inglobato senza cancellare, dal legno delle vecchie costruzioni che si anneriscono per l’umidità e il freddo. Tristezza vissuta quale sentimento sia positivo sia negativo, ispirando la musica locale di Istanbul e la poesia, per cui diventa un punto di vista e uno stato d’animo che si compenetra nell’atmosfera in cui è immersa la metropoli sul Bosforo. Pamuk narra le figure di quattro scrittori tristi e solitari, essenziali per capire questo mondo, riservando un posto di rilievo al romanziere Ahmet Tanpinar, di cui recentemente è uscita la traduzione in italiano de L’istituto per la regolazione degli orologi, titolo quanto mai burocratico e formale per un capolavoro comico-satirico in cui emerge la dialettica tipicamente noventesca e attualissima tra il caos del mondo e il tentativo individuale di trovargli qualche ordine. Facendo questo, Tanpinar rappresenta una sorta di anello di congiunzione fra la letteratura turca moderna, la tradizione ottomana e il romanzo di avanguardia senza scordare infine quanto genialmente intuisce e dice Pamuk: “Questo nostro legame con Istanbul significa che il destino di una città può diventare il carattere di una persona”.

Mondi resi a noi più vicini dall’opera dell’architetto gemonese Raimondo D’Aronco, che venne incaricato della ricostruzione di Istanbul dopo il terremoto del 1894. Tra i suoi gioielli, il progetto per villa Tarabya, residenza dell’ambasciata italiana.

Istanbul

Raimondo D’Aronco, nuova ambasciata d’Italia sul Bosforo, Istanbul 1905

Un viaggio da quelle parti, senza muoversi da casa, può essere fatto pure attraverso le immagini, le parole, i suoni di un film documentario bellissimo, girato nel 2005 dal regista tedesco di origine turca, Fatih Akin. Si intitola “Crossing the bridge. The sound of Istanbul” e lo potete trovare su YouTube, con sottotitoli in inglese (la versione italiana è rintracciabile con qualche fatica in più, ma non impossibile). Protagonista è un cowboy tedesco, il bassista Alexander Hacke, che va da quelle parti a cercare l’anima e la cultura turca attraverso l’incontro con cantanti e band di varie generazioni e diversi generi. Un racconto sorprendente, intenso, in cui emerge bene, in maniera sofferta, la doppia anima di una città che sta in bilico tra Oriente e Occidente. Sul ponte del Bosforo, dice uno degli intervistati, abbiamo visto passare 72 nazioni. Ci sono anche i Baba Zula, gruppo psichedelico esibitosi alcuni anni fa al Mittelfest di Cividale. Suonano su un battello che aspetta lentamente l’alba e lo spuntar del sole sulle acque del Bosforo.

Esperienza mistica e magica in un luogo pervaso da una meravigliosa, poetica, energica malinconia.

 
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