Dalla parte di Anzovino

Pordenone nights  /   /  Di Juri Dal Dan

Remo Anzovino piace! Punto e basta. Piace a un sacco di gente.
Egli fa musica semplice e accessibile. Il suo repertorio rilassa e fa sognare.

Fa sognare chi torna dal lavoro ed è imbottigliato nel traffico delle cinque e mezza, fa sognare chi in segreto anela a un nuovo amore incollato alla finestra appannata dal proprio alito.
Fa sognare l’architetto, che magari ha un Emilio Vedova appeso alla parete e che della cultura non si perde nemmeno un grammo.
Fa sognare il nonno che aspetta i nipoti che escono dall’asilo alle quattro del pomeriggio.
Fa sognare il giovanissimo poeta che ha scritto il suo primo verso sulle foglie caduche e. perché no, fa sognare anche l’universitario che ha deciso di farsi lo yogurt biologico in casa.

La mia non è una presa in giro, sono serio. Che farsene del Jazz? Con quegli accordi strani e quelle melodie che sembrano scritte da uno che ha perso il controllo dell’auto ed è finito dentro una ferramenta. Per non parlare del Free Jazz.
Che farsene degli standards americani? E del Blues? Noi siamo pordenonesi….
Che farsene della musica classica? Di Brahms, di Ravel, di Schumann? Della loro sublime, ma così complicata musica?
Che farsene di questi musicisti che tentano di imitare culture lontane con il risultato di essere poi una pallida copia dell’originale? Ma vuoi mettere un bluesman del Mississippi?

Anzovino, Allevi, Einaudi, eccetera sono realtà con un grande pubblico, altro che fregnacce! E noi jazzisti “puri” che abbiamo la statuetta di Monk sul comodino, ce li scordiamo quei numeri di pubblico: siamo degli autentici sfigati, privi di mezzi, che non comprendono i reali desideri delle persone.

 
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