Del vago andare

Il cantiniere di Rabelais  /   /  Di Angelo Floramo

Angelo Floramo e la sua riflessione sul viaggiare pubblicata sul numero estivo di TamTam, 12 pagine di letture che trovate in edicola a soli 2 €.

 

 

 

Ho sempre creduto nel viaggio come esperienza primaria di conoscenza. Quello che ti costruisce passo dopo passo, che ti obbliga a fare i conti con quanto devi lasciare, strada facendo, per toglierti di dosso ogni zavorra. E non parlo soltanto di oggetti, tutto l’inutile ciarpame dell’uomo moderno e volgare, che ha bisogno dei suoi feticci per non smarrirsi mai. Una volta che ti trovi sulla strada devi srotolarti via le sicurezze, le certezze, le comodità delle usate cose, tutto ciò che fa casa e focolare. Devi essere disposto a barattare il noto con l’ignoto. Si chiama shock culturale.

Se ce la fai, e non è mai un’impresa da poco, ti accorgi dell’immane solitudine che ti resta dentro, come un vuoto che potrai riempire, dolorosamente libero, finalmente libero, con tutto lo stupore che l’andare ti regala e che altrimenti sarai costretto a lasciare fuori: è in quell’istante che diventi tu stesso paesaggio, fruscio d’acqua, vento tra le foglie, profumo di miele selvatico, torpore nel meriggio, fame. Ti appartieni, perché i tuoi confini si riducono all’essenziale: il tuo corpo, le sue esigenze elementari, brutalmente fisiologiche, le sensazioni che riceve, l’odore che promana e che si impasta con la polvere e la fatica. Nulla hai più da perdere e quindi ti muovi con insperata leggerezza. Agenda, orologio, prenotazioni, biglietti, bankomat e cellulare: li lasci indietro, li concedi ai deportati delle agenzie turistiche, a tutti coloro che sentono il bisogno di farsi organizzare la vita anche quando credono di essere in vacanza: la baldoria forzata dei croceristi, i pacchetti che tutto comprendono, la rassicurante ripetizione del già visto, da cui non sappiamo o non vogliamo separarci mai, perché ci tranquillizza. La fotografia all’imperdibile scorcio, il passo allungato perché bisogna vedere ancora molto prima di ripartire, il drink alla moda sorseggiato sul bordo della piscina mentre vibrano nell’aria “calienti” ritmi sudamericani.

Amo attraversare ben altri confini, sicuramente più estremi: quelli che in frastagliata linea precipitano nelle profondità del nostro essere. “Coelum non animum mutant qui trans mare currunt”, ricordava il vecchio Seneca, ammonendoci che da tutto possiamo scappare, tranne che da noi stessi. E forse l’andare per strade poco battute, da soli, ci aiuta ad affinare la consapevolezza che la tana che ci siamo lasciati alle spalle è in fin dei conti un buon punto di partenza. Devi essertene nutrito, è necessario che ti aspetti, laggiù, da qualche parte, per regalarti un sonno sicuro, l’affetto di chi è rimasto ad aspettarti. Senza quel buco, che si ingigantisce nella distanza, non conosceresti mai il regalo della nostalgia, che rende certe notti insostenibili. E acuisce in te il bisogno di relazione, di incontro e di condivisione. E’ questo l’unico ticket valido per tutte le entrate, in qualunque luogo e in ogni tempo: la luce che traspare dagli occhi di chi si lascia pervadere da questa strana risonanza, che è dolcissima tanto quanto sa far male, abbassa le difese degli “altri”. Non sei più un forestiero, uno di cui aver paura. Puzzi di strada, non di sospettosa alterità. Sei indifeso. Ti sei finalmente mimetizzato con tutto quello che ti circonda. E dunque le porte si aprono.

Qualcuno accenderà il fuoco, per te. E versandoti da bere ti chiederà chi sei, perché sei arrivato fino lì, e dove vorresti andare. Sono le domande che ti sei fatto da quando sei partito. Non avevi in tasca nessuna risposta, e ora le trovi tutte, sorseggiando un vino legnoso, con una brodaglia strana nel piatto, ma immerso nei vapori di un’accoglienza che spesso si stempera, prima che la notte ti inghiotta con tutta la tua voglia di tornare, in un canto che non conoscevi e che pure ti metti a biascicare, quasi fosse tuo, da sempre. Per questo ritorni a casa. Per condividere un intensità così grande che non può e non deve rimanere soltanto tua. Alle volte cerco di scriverla. Imbratto di appunti qualche taccuino spiegazzato, che inevitabilmente perdo, molto prima di avere fatto ritorno. Ma anche questo fa parte del viaggio come lo intendo io. L’unica memoria possibile diventa così ciò in cui tu stesso ti sei trasformato. Esperienza: nella sua etimologia più lontana, significa proprio “uscire fuori dal perimetro”. Andare oltre misura per misurare se stessi. Sì, viaggiare. Non necessariamente “evitando le buche più dure”.

 
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