Forse la provinciale sono io

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TamTam è un’idea che coinvolge tutti, anche chi ci legge e ci segue. E ci scrive. Ecco un racconto inviatoci da Linda. Parla del provincialismo, tema scelto per il mensile che trovate in questi giorni nelle edicole. Buona lettura (e grazie Linda).

 
di Linda Ross
 
Ero all’estero per lavoro. Era di mattina presto e mi stavo preparando a lasciare la camera dell’hotel.
Avevo acceso la tv ma non la guardavo, ascoltavo sbadatamente, contemporaneamente riempivo la valigia. La trasmissione riguardava… architettura nel verde? L’arredo di aree esterne? Giardini alla moda? Non mi ricordo, non mi interessava. So che a un certo punto, un po’ divertita un po’ sconcertata, ho dovuto spegnere l’apparecchio: con grottesca serietà era appena stato decantato un giardino privato popolato da simboli fallici di ogni genere e dimensione a sottolineare… cosa? Un gusto estetico molto particolare? Una pur legittima inclinazione del proprietario/proprietaria? Non lo so, davvero il tutto era al di là di ogni mia considerazione. E facendo tacere la tv pensavo di aver cancellato per sempre dalla mente quell’insignificante momento.
Qualche mese dopo, vagando per lavoro nel nostro Friuli, come un flash improvviso riaffiora il ricordo di quella insolita trasmissione. A lato di un’ampia e gradevole piazza si ergeva una scultura davvero singolare: un dragone cinese? Un animale azteco? Una creatura fantasiosa dell’arte moderna? Forme squadrate, aspetto aggressivo, denti digrignati, coda sollevata e… attributi ben esposti! E ben rivolti verso il palazzo istituzionale che su quella piazza si affaccia. Insomma sgradevole, inopportuno, inutilmente irriverente e, di nuovo, grottesco. Incuriosita chiedo informazioni al barista del locale lì accanto.
“E’ di un noto scultore latino americano – dice -. Sono ormai molti anni che si trova lì, è costato parecchi denari pubblici.” Infine un doveroso chiarimento: “Rappresenta l’animale che è da sempre l’emblema del paese.”
D’accordo, questo animale, per quanto in quella rappresentazione non risulti proprio immediatamente riconoscibile, è un simbolo inequivocabile della vita rurale dalla quale noi tutti proveniamo, è senz’altro un richiamo al lavoro duro che ha dato pane alle generazioni passate, ricorda un suo simile, simbolo di una “alpinità” che appartiene profondamente a una moltitudine di friulani, è ancora oggi protagonista di giocose competizioni ed esperienze educative. Perché allora non rappresentarlo in forme, stili e atteggiamenti che siano consoni all’ambiente, alla società, al luogo nel quale si colloca? Potrebbe un samurai rappresentare i nostri soldati caduti al fronte, potrebbe un giocatore di cricket rappresentare le passioni sportive degli italiani? E perché quella posa inutilmente provocatoria?
Mi sono trattenuta dal coinvolgere il barista in questi ragionamenti e (affranta) ho tentato di salvaguardarmi dall’amara sensazione di sconfitta che provano in questi casi coloro, anime anacronistiche, che sotto i piedi e nel cuore hanno radici ben piantate nelle eredità del passato, vicine o lontane che siano, pur scendendo serenamente a patti con l’inevitabile globalizzazione che ci coinvolge e talvolta travolge. E ho protetto me stessa dandomi della provinciale, moralista e fuori moda, senza formazione a guardare oltre, sempre così polemica e ribelle davanti alle cose lontane dalla gente comune.
Nel rincasare in fretta nella mia antica tana recintata nel verde, periferia nella periferia, avvertivo un sollievo di poco conforto.
Eppure il tarlo ogni tanto ancora mi affligge: e se invece fosse proprio quello esposto su quella piazza il segno del provincialismo più negativo? Il dover a tutti i costi attingere a stili e modi che non ci appartengono, per dire chi siamo. Come se ci vergognassimo, come se volessimo dimenticare e voltare pagina, come se avessimo paura di dichiarare ciò che abita da sempre la profondità dei cuori e delle anime, e continuamente prendere distanze, mostrarsi inutilmente moderni, diversi, sprezzanti.
Chi ha riconosciuto la piazza?

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Cose scritte dai nostri lettori che, a volte, pubblichiamo.

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