Gli amori dopo gli autoscontri

Augh  /   /  Di Taddeo Zannier

Sembrerà strano che in momenti così decisivi, nei quali infuriano le baruffe chiozzotte (per dirla in maniera gentile) sul futuro della Costituzione e su vicende più o meno apocalittiche, ci sia chi umilmente si sofferma a parlare di una sagra, anzi di una fiera. Eppure esiste anche questo nel nostro piccolo universo e qualcuno dovrà pur farlo. TamTam, come sempre, non si tira indietro, convinto che sia più interessante dare un’occhiata a una sagra che alla tv. Tutto ciò per ricordare che oggi, 25 novembre, va in scena (sotto l’acquazzone, purtroppo) uno di quei momenti in cui una città come Udine si intenerisce, si compatta e lega un po’ le diverse generazioni, che vanno dai “nativi balilla” (cioè i nati negli anni Venti) ai “nativi digitali”. Tutti a girovagare fra bancarelle piene di cose all’apparenza non fondamentali per la sopravvivenza, eppure con un loro misterioso fascino.

Il mare di bancarelle prende d’assedio il Giardin Grande da dove se ne sono appena andate le giostre, o meglio i baracconi, come gli udinesi amano chiamarle adottando così il termine di origine veneziana. Una volta bancarelle e baracconi andavano a braccetto, adesso da molti anni non più. Vite separate, non c’è più spazio in centro per tenerle insieme.

Santa Caterina è una delle situazioni ideali per svelare mondi dimenticati e riaccendere piccoli sogni. Dire “Santa Caterina” a un udinese doc significa fargli riaprire uno scrigno di immagini dolcissime, come in una sorta di “apriti Sesamo”. Accade in ogni città per i momenti di tradizione condivisa, tipici del luogo. Ancor meglio se il sortilegio, come avviene a Udine, si rinnova dal 1380, quindi 636 anni fa, se la somma è giusta. Bel numero, interessante e inquietante: 636. Analizzatelo, studiatelo.

A concedere la fiera agli udinesi fu il patriarca di turno, Marquardo, che era anche un buon assessore al commercio per l’epoca, visto che l’idea funzionò subito. Inizialmente si teneva sui prati periferici di Santa Caterina (ovvio, visto il nome), per poi spostarsi sotto il castello nel 1485. Attenzione: la Santa Caterina di cui parliamo non è quella celebre di Siena, ma quell’altra di Alessandria d’Egitto, martire a soli 18 anni, protettrice delle fanciulle e venerata anche da carrai, mugnai, artigiani, filosofi, teologi e carcerati. Insomma le categorie umane più diverse.

Sul fascino di Santa Caterina si sono esibiti i massimi cronisti e scrittori di Udine, alcuni dei quali passati per bravura al rango di “cantori”. Uno dei più amati è Mario Quargnolo, maestro elementare, raffinato e stimato (a livello nazionale) storico e critico cinematografico. Ecco un brano tratto da un suo bellissimo articolo:

La fiera di Santa Caterina era l’ambiente ideale per far nascere o per consolidare gli amori giovanili. Le spinte negli autoscontri, le catene dei seggiolini che si avvinghiavano erano segnali di intesa, anticipazioni, promesse. Dietro le luci dei baracconi, c’era il buio del giardino, c’era il buio delle salite al castello e lì appunto si addentravano silenziosamente, mano nella mano, le coppiette malandrine dopo gli incontri sugli… autoscontri.

Ma la fiera era anche la grande arena in cui si esibivano i migliori imbonitori d’Italia che vendevano le cose più singolari e sconosciute. Il mestiere degli imbonitori da fiera è finito. I loro discendenti sono tutti in tv, ospiti inesauribili di qualche piazza pulita a far piazza pulita…

 
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