Il sogno di andar per paesi vuoti

Nel tempo di mezzo  /   /  Di Mauro Daltin

Sul pavimento ho un vecchio atlante squadernato alle pagine dell’Italia politica. Appesa al muro di fronte alla scrivania, sbircio una grande carta del Friuli Venezia Giulia, sulla parete opposta, alle mie spalle, intravedo una mappa dell’Europa antecedente al 1989. Mi alzo, compio qualche passo, e mi accosto alla Germania Ovest e alla Jugosla-via intera. Ne seguo con il dito i perimetri. Sopra la libreria è appoggiato un mappamondo e, rivolte verso di me, ci sono le Americhe.

In una stanza di pochi metri quadri ho alla mia portata l’intera geografia del mondo con dettagli che mano a mano si vanno ad ingrandire, come a testimoniare che il locale e il globale possano convivere tra quattro mura, come il microcosmo e l’universo abbiano la stessa matrice, l’identica origine.

Provo a localizzare le zone di massima concentrazione di borghi abbandonati e passo così dalla Val Tramontina in Friuli alla Galizia in Spagna, salto con gli occhi sul mappamondo accarezzando la Sierra Nevada e l’Arizona, mi accuccio accanto alla Basilicata. Ipotizzo itinerari immaginari di un mondo che non c’è, che è scomparso, invisibile, non rintracciabile su Google Maps, senza più una geografia che lo sorregga, che ne verifichi l’esistenza. Cerchio con la penna rossa e collego i punti.

Mi inginocchio sul pavimento e osservo con attenzione l’Italia colorata di questo vecchio atlante scolastico degli anni Novanta. L’ISTAT, secondo le ultime stime, ne conta seimila. Seimila cadaveri sparsi sul nostro territorio, più verso gli interni che sulle coste, concentrati in particolare nell’Italia centrale e meridionale con la Basilicata e il Molise a essere i principali custodi di un Paese che fu.

craco, biogo abbandonato

Craco, un borgo medioevale abbandonato in Basilicata

Alcuni sono raggiungibili solo a piedi, in qualche ora di trekking; altri li ritroviamo lungo le strade statali che ogni giorno percorriamo nel tragitto per recarci al lavoro; la maggior parte sono un mucchio di ruderi, alpeggi, stavoli diroccati e non si riesce, nemmeno sforzandosi, a immaginare vita. Ma altri, qualche decina, forse un centinaio, sono opere d’arte, regalano un sogno, commuovono. È come rivedere, appena usciti dalla radura al limitare di un bosco, dopo un paio di ore di cammino, la nostra infanzia, la nostra umile origine, là dove deriviamo tutti. Sono seimila puntini che, se uniti l’uno con l’altro, secondo un famoso gioco enigmistico, chissà quale disegno d’Italia ci potrebbero dare in dote. Seimila ferite, squarci, voragini.

Mi rimetto in piedi e mi muovo più sicuro lungo le vallate della mia regione. Cerchio Moggessa, Patocco, Claut, Pozzis. Passo subito dopo all’Europa liquida dai confini slabbrati, fragili come i trattati di pace. Secondo i dati forniti dall’Istituto nazionale di statistica sono circa tremila i pueblos abbandonati in Spagna, più di un centinaio li troviamo in Catalogna, il numero più cospicuo nelle regioni del Nord. Nella penisola iberica te li vendono. In alcuni casi comprare un borgo intero, vuoto, costa meno di un appartamento a Madrid.
Negli Stati Uniti sono quindicimila le ghost town. Quindicimila.

Oltre ai dati statistici e alla loro collocazione, a me interessa la loro epopea, la loro epifania e la loro scomparsa definitiva. Non so perché, ma quando entro in un borgo abbandonato parlo a voce bassa, cammino soffice per non fare rumore. Sto in ascolto. Mi muovo come se fossi in un negozio di cose preziose, attento a non toccare più del dovuto. È una strana reazione al vuoto. Le città vuote sono le moderne città invisibili di Calvino e si potrebbe dar vita ad un canto collettivo, ad una preghiera comune, rituale, per evocare questi seimila morti in Italia, queste seimila scatole vuote; ideare il giorno della città abbandonata e raccontarne le storie come nell’Antologia dove Edgar Lee Masters narra le storie dei morti di Spoon River.

Balestrino, borghi abbandonati

Balestrino, Liguria

Potrebbe avere un significato profondo, sciamanico, una riflessione popolare su chi eravamo, su chi non siamo più e sulla natura, rievocando un’altra Italia, quella un po’ più privata e nascosta, quella più legata all’idea di fatica e comunità, di fede e dignità. A un’Italia che non c’è più e che più non può ritornare. E immaginate per un istante, chiudendo gli occhi, che santa rivoluzione sarebbe passare i nostri giorni di vacanza a visitare paesi che non esistono, a bussare a porte aperte, a chiedere “permesso” all’albero che ha invaso il salotto. Sarebbe un’estate, ve lo posso garantire, memorabile.

 
About the Author

Narratore, editor, viaggiatore. Scrive per raccontare storie e geografie, legge per necessità di vivere tempi e dimensioni altre.

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