L’iniziazione: il Jazz è musica per anime dannate

Pordenone nights  /   /  Di Juri Dal Dan

Tra gli articoli usciti in questi mesi sul sito di TamTam il più letto è stato quello di Juri Dal Dan. Vi piace Juri?
E allora ecco un altro suo racconto, pubblicato su TamTam 04 di luglio/agosto.
Buon jazz a tutti.

 

 

 

Arrivai al locale dopo venticinque chilometri gelati di motorino, avevo diciassette anni e avrei sfidato Satana in persona pur di uscire di casa e andare a sentire musica. Avevo saputo da amici che quella sera avrebbe suonato un sassofonista ventiquattrenne che pareva un marziano da quanto era bravo. Entrai ancora infreddolito nel locale stracolmo, gli occhiali mi si appannarono e con impaccio mi sbarazzai della mia merdosissima giaccavento: la musica era già cominciata. Il quartetto suonava brani di Coltrane, io intanto cercavo posto tra le persone che ascoltavano rapite ed ammutolite, lo trovai, mi sedetti e cominciai a godere. Ammiravo la loro disinvoltura ed assoluta bravura, quei quattro dovevano aver attraversato molte notti per suonare così: notti vibranti di musica che avvolgono le insegne luminose dei clubs e che ingoiano il fumo delle sigarette, notti piovose dove la tristezza fradicia precipita nei tombini ma non se ne va.

Il Jazz è musica per anime dannate. Anime in pena, nascoste come i cani randagi che ti sorprendono nel buio: a volte ti amano, spesso scappano, raramente ti sbranano. Io li ammiravo, godevo e imploravo una cerimonia di iniziazione per poter far parte di quel mondo: anch’io mi sentivo dannato come loro.

Mentre le note fluivano insieme alla mia anima ormai rapita, accadde qualcosa di straordinario: il contrabbassista nella veemenza ruppe una corda e smise di suonare, anche il pianista non sentendo più la terra sotto i piedi si fermò, rimasero come due sopravvissuti, il batterista ed il giovane sassofonista i quali cominciarono con il coraggio di chi non ha più nulla da perdere, ad intrecciare ritmi e melodie profonde come le ferite dei canini che lacerano e penetrano nella carne. Il pubblico, ormai catturato dalla vorticosa giostra delle note cominciò a sudare e a lanciare gridi di approvazione. Il sassofonista guidava tutti attraverso improvvise salite e repentine discese, era come se ci avesse agganciato allo stomaco trascinandoci senza pietà davanti alla sconcertante e sorprendente intimità di ciascuno.

Mi sentivo un danzatore che attorno al fuoco stringe la mano ai suoi simili, perché così la vastità della notte fa meno paura, avevo la netta sensazione di rivivere i momenti in cui i primitivi lanciavano i rimasugli del pasto agli sciacalli. Forse è questo che cercavo nella musica: un istinto primitivo, o forse era la musica stessa che me lo stava trasmettendo in quel momento, so solo che avevo la gola chiusa e gli occhi che brillavano. Il contrabbassista riparò la corda e insieme al pianista stavano per mettere fine a quel volo straordinario che ho udito in seguito solo dai grandi musicisti. L’assolo finì in urlo di tribù.

Quella sera tornai a casa con il caldo nel cuore. Satana era stato momentaneamente sconfitto e avrei suonato fino alle sette del mattino se le regole del condominio me lo avessero permesso. Non fu così. Alle sette aspettavo il pullman per andare a scuola come tutti gli altri. Ah dimenticavo il sassofonista era Francesco Bearzatti.

 
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