La critica a (tele) comando

L'ultimo dei Buendìa  /   /  Di Paolo Patui

Che sia tutta colpa del telecomando? Nell’epoca precedente al suo avvento la pigrizia frenava ogni tentativo di abbandonare il divano posto dinanzi al teleschermo. Privi dell’immediata comodità del telecomando finivamo per rassegnarci a guardare fino alla fine anche quel film che non corrispondeva alle nostre aspettative e che però ci costringeva a entrare nella mente e nelle intenzioni del regista. In definitiva dinanzi a ciò che accadeva sul teleschermo eravamo persino costretti a ragionare, pensare, provare a capire. Non è detto che ne valesse sempre la pena, ma eravamo pur sempre obbligati a togliere qualche ragnatela dal nostro cervello. Poi è arrivata la magica scatoletta, il telecomando, grazie al quale senza fatica alcuna abbiamo iniziato a fare zapping ovvero a eliminare (to zap) ogni ipotetico programma che potesse infastidirci, compresi quelli in grado di costringerci alla fatica del pensiero. Risultato? Spazzata via la noia, eliminata la pesantezza, ma anche abolita la possibilità di capire, valutare, criticare. Tutto veloce, simultaneo, alla ricerca della soddisfazione immediata del proprio effimero bisogno. Una sorta di televisione gastronomica per dirla alla Brecht. Poco male se non avessimo esportato il modello a altre discipline e situazioni, convinti di poter affrontare ogni istante della vita con il telecomando in mano. Anche a teatro, al cinema, durante un concerto; persino dinanzi alle pagine di un libro o della carta stampata; se chi scrive prova a fare un ragionamento per distinguere ciò che vale da ciò che no, ci pare abbia perso tempo lui o lo stia facendo perdere a noi. Meglio “zappare”, eliminare. Meglio pubblicare altro. Hanno cominciato a farlo anni fa i giornali nazionali, ma poi l’idea si è diffusa anche in periferia: la convinzione è che le recensioni, le critiche, le analisi non le legga più nessuno: ciò che conta è la notizia.

qualcuno ha deciso che siamo utenti troppo distratti e distraibili per poter essere interessati a un ragionamento critico

A cosa si sono ridotti i quotidiani che un tempo sfoggiavano la loro terza pagina come un motivo di orgoglio? All’intervista superficiale (spesso telefonica), al comunicato suggerito dagli uffici stampa, alla polemica futile. Questo vuoto è stato colmato da istituzioni e costosissimi uffici stampa, che diramano comunicati sempre e comunque elogiativi, qualsiasi sia l’iniziativa di cui si dà notizia. Una volta per sapere se uno spettacolo teatrale, un film, un disco erano di valore sfogliavamo giornali e riviste o ascoltavamo autorevoli voci tele o radio foniche. Oggi ci dobbiamo fidare della grande promessa (mancata?) dei social, su cui chiunque (appunto: chiunque!) può emettere giudizi motivati e immotivati, pertinenti o impertinenti.

Che cosa è successo? Che qualcuno ha deciso che siamo utenti troppo distratti e distraibili per poter essere interessati a un ragionamento critico. E più di qualcuno di noi gli ha creduto. In terra friulana poi, va detto che chi lavora di e con la cultura in genere fatica a sbarcare lunario; la torta è piccola e per potersela spartire è necessario occupare e presidiare gli spazi anche informativi per dare visibilità a ciò che si fa. Oltre a ciò la cultura è (anche fortunatamente) un fiore all’occhiello di chi amministra: giocoforza tutto ciò che è sostenuto e patrocinato dall’istituzione è di indiscutibile valore. L’istituzionalizzazione della cultura ha potenziato e diffuso il criterio dell’evento (festival e affini) promosso dalle istituzioni pubbliche e benedetto dagli sponsor, in cui prevale inevitabilmente la dimensione del consumo e dell’intrattenimento rispetto a quella dell’interrogazione e della consapevolezza critica. Aggiungiamo che autori e operatori non percepiscono più la critica come contributo a una crescita, ma come un fastidio. Di chi è la colpa? Di una critica spocchiosa e pedante, acida e parziale? Di chi gestisce il potere e decide a prescindere chi vale e chi no? O non è forse vero che abbiamo tutti perso l’educazione a uno spirito critico globale? Fosse vero (e forse lo è) vorrebbe dire che non ci siamo ancora accorti che non siamo noi a gestire il telecomando, ma che c’è qualcuno che telecomanda noi.

About the Author

Paolo Patui insegna pur avendo ancora molto da imparare; legge e scrive LeggerMente e senza esagerare. Spera di non diventare famoso. Soprattutto dopo morto.

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