La poesia è un prodotto assolutamente inutile

Lost horizon  /   /  Di Milio Bortolus

Giovedì 13 ottobre 2016, una data che non scorderemo.
In punta di piedi se ne è andato Dario Fo, l’ultimo italiano ad aver vinto nel 1997 il premio Nobel per la letteratura.

E da Stoccolma arriva, a sorpresissima (ancora maggiore di quella suscitata a suo tempo da Fo), la notizia che il premio quest’anno andrà al cantautore americano Bob Dylan.

Dunque, è il caso di rileggere una parte del discorso tenuto dal poeta Eugenio Montale quando il 12 dicembre 1975 ricevette il suo Nobel. Eccola:

Sono qui perché ho scritto poesie, un prodotto assolutamente inutile, ma quasi mai nocivo e questo è uno dei suoi titoli di nobiltà. Ma non è il solo, essendo la poesia una produzione o una malattia endemica e incurabile.
Sono qui perché ho scritto poesie: sei volumi. Hanno detto che è una produzione scarsa, forse supponendo che il poeta sia un produttore di mercanzie; le macchine debbono essere impiegate al massimo. Per fortuna la poesia non è una merce. Essa è una entità di cui si sa assai poco, tanto che filosofi diversi come Croce e Gilson sono d’accordo nel ritenere che sia impossibile una storia della poesia…
In questo tempo di esibizionismo isterico quale può essere allora il posto della più discreta delle arti? La poesia così detta lirica è opera, frutto di solitudine e di accumulazione. Lo è ancora oggi ma in casi piuttosto limitati. Abbiamo però casi più numerosi in cui il sedicente poeta si mette al passo con i nuovi tempi. La poesia si fa allora acustica e visiva. Le parole schizzano in tutte le direzioni come l’esplosione di una granata, non esiste un vero significato, ma un terremoto verbale con molti epicentri. Prevalendo l’aspetto visivo, la poesia è anche traducibile e questo è un fatto nuovo nella storia dell’estetica…
Avevo pensato di dare al mio breve discorso – concluse Montale – questo titolo: potrà sopravvivere la poesia nell’universo delle comunicazioni di massa? Ma è come chiedersi se l’uomo di domani potrà risolvere le tragiche contraddizioni in cui si dibatte fin dal primo giorno della Creazione.

Tornando un attimo a giovedì 9 ottobre 1997, quando venne annunciato il Nobel a Dario Fo, intervistato dal “Corriere della sera”, l’attore Carmelo Bene (sempre sacrilego e sopra le righe nelle sue staffilate) affermò:

Quando ho sentito la notizia in tv ho fatto un salto e ho pensato: si saranno sbagliati! Se lo stesso Fo si dice esterrefatto, lo sono allora anch’io, lo siamo tutti.

Che storie, che intrecci da Nobel, quasi vent’anni dopo.
Ultima parola a un verso ancora di Montale:

Io me n’andrò zitto, tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.


 
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