La responsabilità al pubblico

Amici di TamTam, Pordenone nights  /   /  Di Juri Dal Dan

“Noi siamo quello che mangiamo”, asseriva Feuerbach.
Quant’è vero! Noi siamo anche ciò che ascoltiamo, ciò che guardiamo, ciò che leggiamo.
In questi ultimi anni ho assistito quasi divertito a varie dispute pubbliche sulla qualità dei musicisti, e sul loro valore artistico: se sia lecito o meno reputare un musicista tale oppure un impostore, se le sue composizioni siano sublimi oppure delle mortificanti scopiazzature che chiunque sarebbe in grado di eseguire. Prendo come esempio la famosa querelle tra Allevi e Uto Ughi il quale si scagliò contro Allevi reputandolo un mediocre pianista, da bocciare in composizione.
La verità è che Allevi, prima che qualcuno alzasse un dubbio sulle sue qualità artistiche, riempiva i più importanti teatri d’Italia e tutti, dalle tv ai giornali specializzati, lo osannavano spacciandolo addirittura per il nuovo Brahms (così aveva detto un suo insegnante di musica).
Oggi Allevi continua a suonare: una parte di pubblico grazie ad Uto Ughi, non andrà più ad ascoltarlo, gli altri continueranno ad accontentarsi di poco illudendosi di avere molto.

Il pubblico ha un grande potere e quindi una grande responsabilità (citando lo zio di Spiderman): “La quantità di pubblico determina la vita o la morte di un teatro. Questa è la terribile legge di natura che un direttore di teatro o artistico deve accettare.”
Allevi è il caso pubblico per eccellenza ma, a mio avviso, ascoltando con un minimo di cultura musicale, nell’immenso panorama delle offerte artistiche -non è escluso l’ambiente Pordenonese- possiamo trovarne altri di peggiori: ad esempio ho visto sul web pianisti che suonano il pianoforte solamente con il dito indice e che vengono spacciati per grandi artisti. Altri che suonano due accordi banalissimi tipo Do maggiore o La minore e vengono osannati dalla critica. -Anche Lionel Hampton insieme a Lelio Luttazzi in un momento altissimo di tv suona con il dito indice, ma lui è la classica eccezione che conferma la regola-.

Tutto questo è imbarazzante.
E’ imbarazzante che un paese che ha partorito Verdi, Rossini, Puccini, Respighi e altri grandi contemporanei che non cito per mancanza di spazio, non abbia saputo costruirsi un filtro culturale per difendersi autonomamente -senza il bisogno dell’intervento di Uto Ughi- dagli impostori che riempiono i teatri.
Ma la colpa non è dell’impostore, è di chi fa la fila per ascoltare l’impostore.
La gente è ciò che ascolta.

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