Magic Bus

Lo stato delle cose  /   /  Di Alessandro Venier

Un giovedì di marzo il ragazzo di Rigolato salì sull’Autobus. Aveva il brutto vizio di arrivare sempre in anticipo e così strinse le braccia al petto per custodire il tepore nello stesso modo in cui si custodisce un pensiero. La strada era ghiacciata e l’autobus era in ritardo, come la primavera. Ogni giorno, alle 14:24, l’autobus raggiunge la piazza di Rigolato. Il suo viaggio inizia da lontano, come i sogni migliori. Parte da Sappada e collega la Carnia al porto sicuro, alla Tolmezzo delle tentazioni, per poi proseguire per Udine e forse per altrove.
Dopo qualche minuto di attesa, il ragazzo salì sull’autobus con il sorriso della consapevolezza. Lo chiamava Magic Bus perché era un autobus diverso. Lo chiamava Magic Bus perché anche quel giovedì, come tutti i giovedì dell’anno, l’autobus avrebbe portato il ragazzo al cinema. Salutò l’autista dalla pelle scura e dalle bretelle chiare, e si sedette accanto a un signore non troppo anziano, nascosto sotto la sua sciarpa rossa e il cappello nero. Si sedette lì perché la madre gli aveva insegnato a evitare i posti in fondo, dove i bulli facevano confusione. Si voltò per guardare verso la fine dell’autobus e vide due signori non troppo alti dall’aria giovane, vestiti con abiti senza colore. Il più basso aveva degli strani baffetti e piedi troppo grandi. L’altro uno strano cappello che gli ricordava quello dei gondolieri veneziani. Vide che si prendevano in giro, ma non gli parve di sentire rumore. L’unico suono che percepì era, a ogni curva, lo svolazzare del vestito bianco di una ragazza bionda seduta poco più in là. E in questa assenza di rumore, da non confondere con il silenzio, il ragazzo si addormentò.

Per Tolmezzo non mancava molto e il signore non troppo anziano con la sciarpa rossa diede una pacca sulla spalla del ragazzo.
“Siamo quasi arrivati” disse.
“Anche lei scende a Tolmezzo?” rispose il ragazzo.
“Io no. Scendo dopo, alla fermata numero 8”.
“Non sapevo che le fermate avessero un numero”.
“In realtà ho un accordo con l’autista, ci conosciamo da troppo tempo. Scendo a metà tra l’ottava e la nona”.
Il ragazzo non aggiunse altro e si alzò per guadagnare l’uscita dall’autobus.

L’autista frenò, l’autobus si fermò. Passò un istante lungo e breve.
Quel momento in cui attese che le porte si aprissero, lo riportò indietro nel tempo, alle feste di compleanno, a quell’istante in cui gli invitati stanno per arrivare e la meraviglia sta per iniziare. Quella attesa per il cinema, ogni giovedì, aveva questo sapore. Immaginò la coda, la cassiera, il sorriso gentile con cui avrebbe accettato il resto dovuto e il biglietto strappato. Immaginò il buio che conosceva prima di un film ancora sconosciuto.
Passò un istante lungo e breve, ma le porte non si aprirono.
Il ragazzo si girò.
“Non posso farti scendere”.
“Io devo andare al cinema”, disse il ragazzo.
“Lo so” rispose l’autista “ma il cinema a Tolmezzo non esiste più. Lo hanno chiuso. Dicono che le cose stanno cambiando, ma non sono ancora cambiate mica tanto”.
Il ragazzo si morse il labbro e si sedette di nuovo al suo posto.

Il signore con la sciarpa rossa lo osservò ma non disse nulla.
Nessuno all’interno dell’autobus parlò. La confusione silenziosa dei bulli in fondo al veicolo smise di essere silenziosa e iniziò a fare rumore. Il vestito bianco della ragazza bionda, a ogni curva, smise di svolazzare. La sciarpa rossa del signore sbiadì, e il rosso divenne altro.

Alle porte di Udine, l’autobus si fermò.
Il ragazzo guardò fuori dal finestrino e vide un grande centro commerciale con l’insegna cinema.
“Vieni con me. Ti faccio vedere una cosa” disse il signore con la sciarpa rossa.
“Questa è la fermata tra la otto e la nove?” rispose il ragazzo.
“No” sorrise il signore “e non lo sarà mai”.
I due scesero dall’autobus e entrarono nel centro commerciale. Arrivarono all’ingresso del cinema camminando su un pavimento bianco che scricchiolava sotto i piedi ed emanava un odore ora dolce, ora salato. Si fermarono dietro ad una folla armata di scatole contenenti pezzi di pavimento.
“Guarda all’interno. Riesci a vedere il cinema?” disse il signore con la sciarpa rossa.
“Non ci riesco” disse il ragazzo e indicò con la mano un gigantesco comico televisivo di cartone.
Il signore con la sciarpa rossa annuì al ragazzo. I due uscirono dal centro commerciale e videro che l’autobus era ancora lì. Le porte si aprirono e l’autista sorrise. Il ragazzo di Rigolato e il signore con la sciarpa rossa si sedettero al loro posto e il Magic Bus ripartì.

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Video-maker, quando può scrive, recita e viaggia. Avrebbe voluto essere Indiana Jones, ma la commercialista non era d’accordo.

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