Chi s’è mangiato la Critica?

Il cantiniere di Rabelais  /   /  Di Angelo Floramo

Bohumil Rabal, una delle voci più libere e belle della letteratura boema, frequentava le birrerie assieme agli operai e agli spazzini di Praga. Lo si poteva trovare lì alla fine del pesante turno di lavoro in fabbrica. Santificava così ogni giorno in osteria, assieme alle tante facce stanche come la sua, portandosi dentro il frastuono dilaniante dei turni che solo la vita, quella vera, è capace di regalare; socchiudeva gli occhi sciogliendo nell’amaro della schiuma quello dell’esistenza, di certo più difficile e aspro da mandare giù, con tutte le bestemmie del mondo. Inghiottiva dolore e lo risputava sotto forma di letteratura. Giovanissimo, era stato voce critica durante l’annessione della Cecoslovacchia al Terzo Reich del 1938; continuava ad essere un dissidente nel 1968 quando, mutati i tempi, le bandiere ma non la forma né l’ostinazione del Potere, i carri armati sovietici calpestavano i germogli di una Primavera che non vide mai la fioritura dei suoi germogli. Cantava di treni e solitudini. Di disperazione visionaria e tenerezze alcoliche. Finì gettandosi dalla finestra di un ospedale. Solo nella morte come lo era stato, per un invidiabile coraggio nella denuncia, anche nella quotidianità. Simile alla sua fu la solitudine alcolica che consumò Viktor Eroveev nei lenti viaggi tra Mosca e Petuški, in mezzo ad una umanità sudata e delirante di pendolari, barboni, rinnegati, massaie, puttane. Gli angeli più visionari non sanno spiccare il volo verso le nubi dorate degli Elisi. Evidentemente quelle porte si dischiudono soltanto per coloro che sanno cantare nel coro dei Beati. Potrei continuare bordeggiando i confini delle dittature grandi e piccole, orribili o ignobili che nel corso della Storia hanno calpestato la libertà della voce e, imponendo un becero silenzio, non hanno fatto altro che stimolare nei migliori la mitopoiesi del dissenso, nei peggiori la tendenza alla narcolessia culturale, alla triste omologazione entro quell’armonico concerto che non disturba mai l’ascolto e agevola il torpore. Rifuggendo però dalla libertà sublime, che resta sempre, in definitiva, quella della critica che si esercita nella purezza del libero pensiero.

I nostri tempi, i nostri luoghi, così apparentemente lontani dagli orrori del secolo passato, nascondono tuttavia, per l’esercizio del libero pensiero, lacci e inganni non meno insidiosi, pericolosi e mortali. Lo spazio straniante in cui ogni giorno discutiamo, dibattiamo, facciamo l’amore, cerchiamo materiale per i nostri libri, e che costantemente interroghiamo, diventa sempre più una specie di plasma collettivo, un blob viscoso e attaccaticcio che è capace di sedare, senza mai provocarci davvero. La vita quotidiana, come è ovvio, necessario e tragico che sia, continua parallela a quel circo mediatico al quale la Cultura è spesso stata ridotta. Tutto il resto, il peggio di quanto rimane, è letteratura addomesticata, che nessuno si prende la briga di valutare. E di fronte a questa lenta consunzione della Libertà i critici tacciono. Dove sono finite allora le voci “aspre e chiocce”, quelle dissonanti e sempre temute che hanno il coraggio di mostrare le pudenda dell’Imperatore nudo, mentre la folla dei cortigiani continua a confondersi nel più ebete degli applausi, mendicando un contributo, sperando in un articolo più colorato e visibile nella pagina degli eventi più importanti? Ho sempre creduto che l’intellettuale debba essere profondamente “disorganico”, dissociato, capace di evitare i titoli dottorali e la vanità degli elogi, portandosi invece addosso la puzza della vita, quella vera, che batte sull’uscio del mondo e spesso viene opportunisticamente tenuta fuori: è questo, ne sono profondamente convinto, l’unico antidoto contro l’”arbre magique” del compromesso, la pastorizzazione dei fermenti vivi, la sterilizzazione di quella ruvida, selvatica e graffiante bellezza che la letteratura sa regalare a chi sa sporcarsi le mani con il fango della Verità.

 

Bohumil Rabal

Opere scelte, Mondatori 2003.

A.M. Ripellino

L’ora di Praga. Scritti sul dissenso e sulla repressione nell’Europa dell’Est (1963-1973), Le lettere 2008.

Viktor Erofeev

Mosca-Petuski, Feltrinelli 2004.

 
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