Il passato è afflosciato, il presente è un mercato

(non) ogni cosa è illuminata  /   /  Di Silvia Polo

Rincorrendo l’onda lunga che parte dal tema di fondo di questo numero, ovvero la frequente sospensione di riflessione critica sulle attività del nostro paese, vale la pena di considerare un aspetto di lunga durata e dagli effetti altrettanto persistenti, che riguarda la complessa macchina della costruzione della memoria, intendendo con quest’ultima la memoria pubblica del nostro paese. Utilizzando termini come costruzione o macchina già qualche dubbio dovrebbe sorgere, nulla di più giusto; bene, proviamo a indagare.

Quando parliamo di memoria pubblica ci riferiamo a un “patto” in cui ci si accorda su cosa trattenere e cosa lasciar cadere nell’oblio degli eventi del nostro passato, quelli che, intendiamoci, dovrebbero comporre l’albero genealogico di una nazione, pilastri su cui fondare i programmi di studio da proporre nelle scuole, i luoghi della memoria, le esposizioni dei musei e le scelte sulla base delle quali si orientano tutti i sentimenti del passato che attraversano la nostra esistenza collettiva. Costruire memoria significa costruire l’identità di un Paese, quindi “ci siamo dentro tutti”.

Le regole del “patto” cambiano a seconda delle varie fasi del processo storico di una nazione, così come cambiano i relativi contraenti e contenuti, tutto questo è normale, ma oggi chi sono gli attanti che stipulano tale accordo? E quali sono i contenuti? Sono domande legittime, che tutti noi dovremmo porci.

A rispondere (ma anche a farci tante altre domande salutari) ci aiuta un interessante libro di Giovanni de Luna, professore di storia dell’Università di Torino, intitolato La Repubblica del dolore (2011), in cui si analizzano i meccanismi con cui è stata costruita, appunto, la memoria del nostro paese dalla Prima alla Seconda Repubblica fino ai giorni nostri. La tesi del saggio è dimostrare come le strategie, messe in atto da uno Stato sempre più delegittimato, rispondessero a un malcelato bisogno di nascondere la sua progressiva estraneità e separatezza nei confronti della società civile, cercando di incunearsi nella memoria e negli universi simbolici a essa collegati.

Va subito chiarito che l’Italia non è stata e non è l’unica a guardare in questa direzione; nel panorama europeo è in buona compagnia in questo processo, infatti sono molti gli stati che hanno cercato di lenire la frattura tra Novecento e post-Novecento operando sulle memorie ufficiali.

In Italia accanto alla crisi che ha investito in generale il ruolo dello Stato novecentesco va aggiunta la transizione tra Prima e Seconda Repubblica. Parliamo del periodo che va dal crollo del sistema socio-politico incardinato sui partiti fondatori della Repubblica, il cosiddetto “arco costituzionale”, ai giorni nostri, quando termina il cosiddetto ventennio berlusconiano, cominciato a metà anni ’90 dopo tangentopoli e caratterizzato, pur con un paio di brevi interruzioni, dall’egemonia di Silvio Berlusconi, per quattro volte presidente del consiglio.

L’ “età berlusconiana” viene studiata al pari di quella “giolittiana” che abbiamo sui manuali di storia delle superiori; lo storico Antonio Gibelli giustifica tale espressione “Non è in causa qui la statura del personaggio né un elemento valutativo positivo o negativo sul suo operato, quanto il fatto che abbia dato un’impronta omogenea e determinante a tutta un’epoca” e ancora “Il berlusconismo appare non solo come l’esito della crisi politica italiana degli anni novanta del Novecento, ma come un fenomeno che incarna linee di tendenza più generali. Lo si potrebbe definire la manifestazione per ora più compiuta della politica nell’era post-moderna, nella quale sono tramontati i grandi sistemi ideologici” (Antonio Gibelli, Berlusconi passato alla storia. L’Italia nell’era della democrazia autoritaria, Donzelli, 2010). Il libro prosegue illustrando come la politica tenda a confondersi con il sistema del marketing e della pubblicità, benché ciò sia in evidente contrasto con i principi dello Stato liberale, che è fondato sull’equilibrio dei poteri.

“Non è in causa qui la statura del personaggio né un elemento valutativo positivo o negativo sul suo operato, quanto il fatto che abbia dato un’impronta omogenea e determinante a tutta un’epoca”

Giovanni de Luna

Va considerato, nella nostra analisi, che questa deriva s’innesta in una situazione sociale, economica e politica del paese agli inizi degli anni Novanta già con caratteristiche molto cambiate rispetto alla situazione della cosiddetta Prima Repubblica. La spettacolarizzazione della politica era già cominciata con Bettino Craxi, poi mettiamoci la grande inflazione di quegli anni, il debito pubblico, passato dal 30% del prodotto interno lordo nel 1961 al 125% dei primi anni Novanta (Guido Crainz, Autobiografia di una Repubblica, Donzelli, 2009), la forte pressione fiscale, l’impoverimento dei ceti medi a fronte di una sempre più arrogante corruzione del ceto politico. Terreno fertile per il sentimento dell’antipolitica.

Abbiamo molti ingredienti per capire meglio l’inconsistenza del rapporto con il passato proposto dalla nostra classe politica. I partiti che avevano costruito e monopolizzato il suddetto “patto di memoria” sono tutti scomparsi, sostituiti da partiti che con il passato hanno un rapporto aleatorio, contraddittorio o semplicemente non ce l’hanno.

Nel vuoto che avanza si sono affermati altri e più potenti costruttori di memorie: i venti della privatizzazione spirano robusti alimentati dal mercato e dal sistema mediatico che ne organizza i contenuti, per usare la stessa metafora di De Luna. Oggi tutte le grandi narrazioni del passato sono affidate alla pervasiva capacità dei media e in particolare della televisione. Questa ha la facoltà di proporre un racconto commisurato al senso comune, condito di sentimenti familistici e individualistici che hanno demolito molte appartenenze collettive, inoltre ha contribuito massivamente a legittimare l’impiego di un linguaggio aggressivo, qualunquista o settario.

Ecco, i media sono formidabili costruttori di memoria e di identità, lo sapevamo? Auspichiamo un sì.

Quando questi contenuti sono arrivati a minare la credibilità degli uomini politici (facile, no?), la politica ha reagito, e lo ha fatto con un impiego massiccio di interventi sul tema della memoria, ad esempio un elenco di “leggi di memoria” incredibile, soprattutto quelle che privilegiano la centralità delle vittime e del loro ricordo: della mafia, del terrorismo, della Shoah, delle foibe, del dovere, delle calamità naturali. Vittime e famiglie delle vittime, individui-vittima catapultati in uno spazio pubblico assoggettato al lutto e al dolore. Questa strategia, però, lungi dal dimostrare la presenza e la forza dello Stato, di fatto ne convalida la fragilità. Infatti provoca richieste di risarcimento e riparazione, impeto rivendicativo, e non per ultimo crea competizione tra le stesse vittime. Per emozionare, commuovere, suscitare consenso (possibilmente non compassione o pena, quella non la vuole nessuno: siamo ben lontani dal boccacciano umana cosa è aver compassione degli afflitti), le sofferenze vanno gridate; più si grida forte più si sfondano le barriere dell’audience. Quasi che le emozioni siano merci e quasi che sia il mercato a imporre le sue regole, a controllarne domanda e offerta.

Il panorama delle vittime ha forse lo scopo di dirottare il focus dell’attenzione da chi ha responsabilità (la politica, le istituzioni, i controllori) a chi sciagurato è caduto e va aiutato, assistito e supportato. Non è un controsenso invece che più forte è la sete di giustizia e verità, più impegnativo diventa il ruolo delle istituzioni, che devono dimostrare attributi e virtù. Per questo, si legge in La repubblica del dolore, in Italia la subalternità al mercato e la trasformazione delle emozioni in merci appaiono ancora più clamorosamente evidenti: nell’assenza di una politica credibile e autorevole, affidata alle regole del mercato e della comunicazione mediatica, la centralità delle vittime posta come fondamento di una memoria comune divide più di quanto unisca.

 

La Repubblica del dolore

Giovanni de Luna, La Repubblica del dolore, Feltrinelli 2011.

Berlusconi passato alla storia

Antonio Gibelli, Berlusconi passato alla storia. L’Italia nell’era della democrazia autoritaria, Donzelli, 2010.

Autobiografia di una Repubblica

Guido Crainz, Autobiografia di una Repubblica, Donzelli, 2009.

Militanz

Il titolo dell’articolo è tratto da Militanz dei CCCP.

 
About the Author

Silvia Polo è docente di materie letterarie in un istituto superiore della provincia di Udine, amante della storia, della letteratura e della vita!

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