Peripezie estive di un giovane medico

Con cura  /   /  Di Michele Patui

E adesso cosa gli rispondo? Già il giorno della mia laurea mi avevano chiesto: “Che progetti hai? Dove vai di bello per svagarti un po’? Croazia? Maldive? Canarie?”; ma in quel momento, con l’emozione, la festa, gli amici, i complimenti e i saluti, era stato facile svicolare ed eludere la risposta. Adesso però, alla bicchierata con pochi intimi per festeggiare il superamento dell’esame di abilitazione, come posso cambiare argomento o tagliare corto? Allora rispondo la verità: “Adesso dovrò fare il concorso nazionale…” Non capiscono. Nessuno ha la più vaga idea di che cosa io stia dicendo. Che faccio? Glielo spiego che a luglio ci sarà il concorso nazionale per l’ingresso alla Scuola di Specializzazione? Che se non passi il concorso sostanzialmente sei un medico sì, ma non puoi esercitare e quindi la tua laurea non vale nulla? Glielo spiego che, mediamente passerà l’esame 1 candidato su 2, mentre gli altri saranno costretti a rimanere (ancora) a carico dei genitori, dopo 6 anni di corso di laurea e 1 anno per l’abilitazione, per un totale di 7 anni, magari fuori sede, pagando tasse universitarie, affitti, libri …

Come faccio a spiegarglielo? In fondo erano loro, proprio loro che, anni fa, quando superai il test di ingresso a medicina (nel 2009 a Udine eravamo 800 candidati circa per 80 posti), mi facevano i complimenti, si congratulavano e dicevano: “Bravissimo!!!! Il grosso ormai è fatto! Certo, dovrai studiare molto, ma se fai il tuo hai il posto assicurato!”
E io, ve lo giuro, ci avevo creduto.

Glielo dico! Devo dirglielo. Si sappia che ci sono medici, laureati, abilitati e… disoccupati. Si sappia che in Italia oggi i medici fanno orari di lavoro massacranti rispetto al resto d’Europa. Se poi non ci fanno specializzare e riducono il numero degli specialisti è chiaro che in un futuro non troppo lontano, con la popolazione che invecchia ogni anno di più, il sistema andrà al collasso. No. Questo non glielo dico, troppo noioso, troppo complicato da spiegare.
Allora gli dico che il concorso da pochi anni è nazionale. Questo ha dei vantaggi: una classifica unica a livello nazionale dà la possibilità ai più meritevoli di accedere alle Scuole migliori. Ma anche degli svantaggi: si costringono all’esodo migliaia di giovani in giro per l’Italia. Sempre che tu sia quel fortunato 1 su 2 che potrà effettivamente entrare in Scuola di Specializzazione e, quindi, esercitare, perché non è detto che un friulano riesca ad accedere a Udine o a Trieste. Potresti finire a Padova. A Caltanissetta. Ad Aosta. E te lo diranno un bel giorno di agosto, dandoti 48 ore di tempo per rispondere: “Complimenti! Ha vinto la borsa di studio per i prossimi 5 anni a Caltanissetta. Accetta? Domani deve saperci dire, se no la escludiamo e facciamo scorrere la classifica. Grazie”. Così devo firmare un contratto di 5 anni in un posto che non ho mai visto? Di cui non esistono programma di studio né credenziali della Scuola (per scegliere una Scuola in Italia di solito ci si basa sul sentito dire degli specializzandi che già ci stanno lavorando…). E poi in realtà, a 25 anni, io avrei pensato di chiedere alla morosa di non essere più soltanto la morosa. Dovrei sapere in 48 ore se me la porto a Caltanissetta?

No, meglio non raccontare nemmeno questo: mi sono già accorto che appena accennato al “concorso nazionale” i loro occhi sognanti si sono spenti. Allora abbozzo frasi sconnesse, senza senso: “…dovremmo sapere parlare con le persone e invece il test è a crocette,… in Italia non avremo più medici o dovremo assumerli dall’estero,… la mia idea di futuro sarebbe qui, ma la graduatoria nazionale potrebbe mandarmi anche ad Aosta per quel che ne so…”. Niente da fare. Li ho persi. Non mi ascoltano più. Forse è per questo che nessun giornale, nessuna radio, nessuna televisione parla mai dell’argomento.

Allora mi zittisco. Smetto di cercare di spiegare cose complicate a chi non vuole ascoltare. Ordino un altro giro, faccio un brindisi e sorrido. Ma dentro di me giuro. Giuro che, superato il concorso mi farò ascoltare. Adesso non ce la faccio. Adesso devo conservare le forze per essere quell’uno su un milione che da bambino sognava di fare il medico e di farlo nella sua terra.

 
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