Ma è più vivo Jim Morrison o Bob Dylan?

Il dilemma  /   /  Di TamTam

Su TamTam di novembre poniamo tra le righe una domanda psichedelica: ma è più vivo Jim Morrison o Bob Dylan? Domanda assurda all’apparenza perché, come si sa, il leader dei Doors è morto 45 anni fa mentre Bob sta per ritirare il Nobel per la letteratura 2016. E dunque? E dunque ci chiediamo: quando, nell’ambito artistico (musica, letteratura, pittura, eccetera), scatta l’idea di immortalità? Sparire subito (purtroppo), dopo aver detto già tutto, consegna al grato ricordo meglio di una celebrità portata invece addosso per decenni? Interrogativi da TamTam, certo non fondamentali, ma forse non banali. Intanto eccovi un pensiero di Carlo Londero sul “caso Dylan”…

 

 

 

Cantato, amato e ora anche discusso. Da poche settimane Bob Dylan è Nobel per la letteratura. E ci si chiede cosa abbia a che fare un cantautore con la letteratura. Partiamo dal presupposto che l’Accademia reale svedese attribuisce il premio a chi ritiene opportuno: l’assegnazione non è il risultato di una consultazione, ma il verdetto di un consesso. Come concedere il Nobel per la pace a Obama per essere stato eletto a presidente degli Usa, o a Santos per avere perso il referendum di conciliazione tra Colombia e Farc. Che c’è di tanto ambiguo nel conferire un riconoscimento a una pop star? Pure le personalità insignite del Nobel sono, nel loro àmbito, delle star. Si aggiunga che Dylan non è solo musicista, ma cantautore, cioè scrive i testi e compone la musica. Quella musicale è una pratica abbinata alla scrittura di versi. In origine le poesie erano musicate. Ancora oggi certi termini (come canzone, ballata, verso, strofa, ritornello ecc.) hanno a che vedere tanto con l’ambito musicale quanto con la composizione poetica in senso stretto. Si è voluto premiare Dylan per avere “creato nuove espressioni poetiche all’interno della grande tradizione della canzone americana”. Il cantautore è stato coronato per la poeticità dei testi. Forse disturba che Dylan sia in grado di musicare quei testi con una certa maestria.

Baricco è contrario al premio a Bob Dylan, lo trova un paradosso, ma non coglie neppure il senso del Nobel a Dario Fo. Lo scrittore si dimentica che la drammaturgia è letteratura e non ricorda che a vincere il premio furono anche storici, filosofi e drammaturghi (tra cui Pirandello). Più meditata la polemica di Magrelli che risale al 2011, nel momento in cui il Nobel fu conferito al poeta Tranströmer, che la spuntò proprio su Dylan. Per Magrelli è pericoloso se tale gratifica va a una star con milioni di fan, quando la ricerca poetica vive e si compone di piccole resistenze. Tra le righe vi si legge la possibile banalizzazione della letteratura come della musica, con il rischio di cercare la poesia dove non c’è. Daremo l’alloro poetico anche a Pezzali o Cherubini?

Per restare in ambito statunitense, è un peccato che né DeLillo né Roth siano ancora dei Nobel. D’altro canto, risulta chiaro come il Nobel a Dylan abbia un sapore politico: svantaggiare l’ascesa di Trump con l’alto riconoscimento offerto al cantore più noto del Nord America, di principi opposti al candidato alla presidenza Usa. Ma è ugualmente importante che Dylan abbia ricevuto il premio. È ora che a certa musica pop venga riconosciuto un portato letterario. Fino a pochi anni fa, quello oggi chiamato graphic novel era considerato poco più di un passatempo, senza distinzione. Pensiamo a una striscia di Paperino contro un’opera di Pratt, di cui Eco si è occupato. Oppure a Moccia in confronto a Wallace, o a Rovazzi verso Dylan.

In questi giorni mi piace ascoltare alla radio le canzoni di un Nobel: continuerò a intonarle tra me e me assieme ad altri testi poetici.

 
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