Quella sera a due passi dal Bataclan

E’ passato un anno dalla strage nel teatro Bataclan. Nel TamTam di ottobre Giulia Scalettaris, udinese che vive a Parigi, ci aveva fatto il suo racconto, che qui riproponiamo.

 

 

 

Le Square Gardette, 11˚ arrondissement, Parigi. Mi maledico perché ho dimenticato i tappi per le orecchie. Da quando vivo qui ho iniziato a farne grande uso, soprattutto quando vengo a lavorare al caffè. A Kabul non vedevo l’ora di poter ricominciare a vivere gli spazi pubblici cittadini e già mi immaginavo a leggere in locali pieni di specchi. Una volta qui, il mio entusiasmo è rapidamente svanito, perché in realtà per lavorare ho bisogno di silenzio, silenzio profondo. Ma poi con gli anni ho capito che resistere alla città a tutti i costi è controproduttivo. Ho scoperto questo caffè accogliente e relativamente appartato, con grandi finestre e un enorme gatto bianco che si aggira per i tavoli. Ogni tanto ci vengo per un tête-à-tête col computer. Dal 13 novembre 2015, però, mi siedo rigorosamente dentro, anche se c’è il sole.

E’ in questo quartiere – a due passi, letteralmente, da qui – che l’anno scorso sono state uccise tutte quelle persone. Quella sera anch’io, come tanti di loro, stavo bevendo una birra in una terrasse. Sono rientrata a casa a piedi, attraversando la zona poco dopo la sparatoria in rue de Charonne e mentre l’assalto al Bataclan era ancora in corso. Ignara di tutto. Stranamente non avevo notato nulla, forse perché la presenza di soldati armati in strada era già cosa normale dall’attentato al Charlie Hebdo. Aprendo la porta di casa ho ricevuto una chiamata da Udine: mia mamma, che da quando sono andata in Afghanistan ha ancora il sito dell’Ansa come pagina di apertura di internet. Il primo riflesso è stato di assicurarmi che i miei amici stessero tutti bene. Poi sono iniziate lunghe ore di sgomento, incredulità, confusione.

Col tempo sono riuscita a districare qualche filo dal groviglio di pensieri ed emozioni che si è generato quella sera, a mettere meglio a fuoco.

Quand’ero a Kabul, gli attentati erano in aumento nella città. Di solito si trattava di attacchi contro le forze di polizia afghane. Finché una sera quattro kamikaze hanno preso d’assalto l’hotel Serena, un albergo del centro frequentato da espatriati in cui mi era capitato di andare più volte. Era uno dei pochi luoghi autorizzati della città. Quando l’attacco è cominciato io ero in ufficio. Un gruppetto di noi si è riunito in cortile. In linea d’aria eravamo molto vicini: le esplosioni si sentivano distintamente e il cielo si illuminava di bagliori rossastri. Anche quella sera ci sono stati tanti morti.

E ora a Parigi, esattamente come a Kabul, mi ritrovavo a sfiorare una tragedia, senza però farne un’esperienza diretta. L’orrore ti scivola accanto. Sai che è successo qualcosa di spaventoso, senti le sirene, riconosci i posti alla tv, puoi immaginarti la scena nei minimi dettagli perché conosci i luoghi e le persone che li frequentano. Avresti potuto essere tu, ma né tu né le persone a te care siete stati feriti.

La mattina dopo, a Parigi, avevo bisogno di respirare un po’ d’aria. Sono scesa e ho fatto un rapido giro nel quartiere deserto. Ho provato un’altra sensazione familiare, la stessa che avvertivo attraversando l’aeroporto di Kabul, che ritenevo un luogo particolarmente pericoloso: un sentirsi carne, ossa e sangue. Corpo irrimediabilmente vulnerabile.

Diverse sensazioni familiari, dunque. Ma rispetto a Kabul c’era una differenza, una differenza fondamentale. Dopo tanti anni di peregrinazioni, per la prima volta c’era un posto in cui stavo cominciando a sentirmi a casa, e questo posto era l’11˚ arrondissement di Parigi. A Kabul ero lì per scelta e sapendo che, se le cose fossero volte al peggio, avrei potuto tornare in qualsiasi momento nella tranquilla, rassicurante Europa. Certo, prendere la decisione di partire non era stato facile e vivere a Kabul è stato fonte di destabilizzazione profonda. Ciò non toglie che trovarmi lì era il frutto di una mia decisione, una decisione presa razionalmente, con tanto di lista di pro e contro e una soglia di pericolo oltre la quale mi ero impegnata con me stessa a partire. A posteriori credo di essere andata a Kabul, almeno in parte, proprio per essere destabilizzata nel profondo, perché ritenevo che quel disagio fosse un necessario strumento di conoscenza.

Lo shock del 13 novembre, invece, non era previsto, non faceva parte della lista di esperienze da fare per comporre il mio percorso personale. E ora non c’era nessun posto in cui tornare, perché io vivevo lì. Gli attacchi di Parigi non mi toccavano soltanto in quanto essere umano scioccato da una tragedia umana. Questa volta mi riguardavano personalmente, venivano a sbattere contro il corso della mia vita. Ho intuito cosa vuol dire non poter, non voler lasciare un posto semplicemente perché è il posto in cui vivi, punto di arrivo dei progetti passati e di partenza per i progetti futuri.

Paradossalmente provare ciò è stato anche, in qualche modo, liberatorio. Perché per la prima volta ho vagamente percepito cosa possano provare gli abitanti di luoghi in cui gli attentati sono moneta corrente, come Kabul, Baghdad, Damasco. Per abitanti mi riferisco alle persone che ci vivono veramente, con casa, storia, progetti. Una delle cose che mi hanno messo più a disagio a Kabul è stato l’abisso incolmabile che ho scoperto esistere fra me e tante persone incontrate sul posto, un abisso che rendeva impossibile stabilire rapporti umani alla pari. Per esempio, c’era un collega con cui lavoravo gomito a gomito ormai da un anno. Avevamo iniziato ad apprezzarci e a volerci bene. Il giorno dopo l’attacco dell’hotel Serena sono arrivata tutta scombussolata in ufficio. Asif mi ha guardato con un misto di sincera sorpresa, riprovazione, rassegnazione: perché fai quella faccia? Fra i morti non c’è nessuno che conosci e poi tu fra qualche mese parti. Per lui gli attentati erano cosa ordinaria. Farsi destabilizzare così da un attacco contro gli espatriati, invece che da tutti quelli in cui morivano poliziotti e civili afghani, significava usare due pesi e due misure. Il suo mettere in questione la legittimità del mio disagio mi ha rinviato alla condizione di straniero che viene per lavorare, guadagnare in due anni quello che la maggior parte degli afghani non guadagneranno in una vita, e ripartire. Alla condizione insomma di quelli per i quali la violenza è una scelta.

Per noi espatriati l’attacco all’hotel Serena ha comportato una reclusione ancora più rigida. Nei giorni dopo gli attentati di Parigi, invece, ho ripreso a camminare nel quartiere, dapprima titubante (bisognerà pure andare fare la spesa…), poi con intenzione (non bisogna farsi vincere dalla paura) o fatalismo (quello che dev’essere sia). Un giorno ho deciso di percorrere queste strade in lungo e in largo per riappropriarmene una volta per tutte. Ormai mi capita addirittura di passare davanti al Bataclan pensando ad altro e di non notare le squadre in tuta mimetica e mitra che pattugliano le strade. In questo, come nel riflesso di non sedermi in terrasse se posso, mi sento un po’ più vicina ad Asif.

Ecco perché quando qualcuno equipara richiedenti asilo e terroristi mi indigno: invece di identificarci con le persone che si lasciano alle spalle la violenza, ne facciamo il capro espiatorio dei nostri mali. Mi indigno non solo per la miopia e la gravità di queste affermazioni in sé. Mi indigno perché sono convinta che le tragedie che stiamo vivendo in Europa contengano anche la possibilità di solidarietà e mutua umana comprensione fra popolazioni, e che sia importante non lasciarcela sfuggire.

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