Soy Cuba

Lost horizon  /   /  Di Milio Bortolus

Il più bel romanzo su Cuba si intitola Paradiso (in Italia lo pubblica e ripubblica di continuo Einaudi) e lo scrisse Josè Lezama Lima che non volle proporre un’autobiografia, ma il libro di una vita: il titolo richiama la Commedia dantesca, con il percorso, l’apprendimento, l’ascesa. L’autore, viaggiatore immobile, habanero e cubano nel profondo, detentore di una cultura sterminata, costantemente al margine dell’ufficialità culturale, abitava in via Trocadero 162 e la sua casa divenne un punto di riferimento umano e sociale. Quando venne pubblicato nel 1966, Paradiso suscitò scandalo, fu ritenuto osceno dalle autorità castriste per le situazioni di omosessualità che raccontava, e venne ritirato dalle librerie, per poi riapparirvi, secondo una imperscrutabile logica burocratica-moralista.

Se volete immergervi nelle atmosfere della Cuba anni Sessanta, subito dopo la revolucion, potete farlo in un attimo andando su You Tube attraverso le immagini di un documentario bellissimo e poco noto. Si intitola Soy Cuba e venne realizzato da Vicente Ferraz per raccontare le straordinarie vicende del film omonimo, girato dal regista sovietico Mikhail Kalatozov nel 1964 (e che pure trovate completo su You Tube). Le riprese durarono 14 mesi e il compito loro affidato era di celebrare l’amicizia tra il popolo cubano e quello sovietico in nome del comunismo, in tempi cruentissimi sul fronte della guerra fredda. Il regista doveva rendere omogeneo un tema sfuggente e complesso, viste le diversità caratteriali e psicologiche tra mondi così distanti. Alla fine il capolavoro fu accantonato dagli stessi che lo avevano commissionato, fino alla recente riscoperta da parte dei registi americani Coppola e Scorsese e alla consacrazione della critica Usa. Un gioiello riappare, dopo essere sparito nei meandri del mistero cubano.

A Cuba ci si è sempre andati per turismo o per affinità di altro tipo. Questo accadde soprattutto negli anni Novanta quando la fine del comunismo nell’Urss rendeva curiosi per sapere cosa sarebbe accaduto nella magica isola caraibica. Lì a tenere, in qualche modo, fu il carismatico fascino di Fidel Castro, che resisteva al di là di tutto e della sua stessa assenza. Ma intanto c’era un paradiso attorno da incontrare e conoscere, come dentro le pagine di un romanzo hemingwayano, con le notti lunghe e molto buie in quanto a un certo punto, per risparmio energetico, scattava il black out generale, chiamato in spagnolo apagon. Una coltre scura avvolgeva la città infinita, da cui si alzava un incredibile mondo di suoni e musica, come stare dentro un’immensa discoteca.

Per saperne di più su Cuba leggete Guillermo Cabrera Infante. Il suo capolavoro è L’Avana per un infante defunto (Garzanti), ma il libro più politico, quello che raccoglie saggi e articoli, si chiama Mea Cuba (Il Saggiatore). Guillermo, nato nel 1929, comunista, lasciò per sempre l’isola nel 1965 raggiungendo Londra. “Cuba – scrisse – non era più Cuba, era diventata un’altra cosa, come la metafora di una viscosità morale. Il socialismo teoricamente nazionalizza le ricchezze. A Cuba, per una strana perversione di questa pratica, era stata socializzata la miseria”.

 
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