TamTam numero 6. Benvenuti a teatro. Dove tutto è finto, ma niente è falso.

L'ultimo dei Buendìa  /   /  Di Paolo Patui

Se vent’anni di storia vi sembran appena dietro l’angolo, allora vuol dire che ne avete vissuti abbastanza per aver percorso le mirabolanti vicissitudini di una città rimasta per un tempo incredibile senza teatro; se invece vi sembrano un passato remoto e lontano, vorrà dire che siete giovani abbastanza per non sapere nulla di una vicenda che invece va ricordata.

Demoliti i suoi teatri storici pieni di antica nobiltà e rigonfi di avventure di ogni tipo – dalle timide rivolte anti asburgiche del ’48, alle stupefacenti esibizioni di dive straordinarie come Adelaide Ristori – i teatri udinesi vennero sepolti dall’ira demolitrice di chi immaginava per Udine una skyline newyorkese. Giù i vecchi edifici, su i grattacieli. Poi, quando alla fine degli anni ’60 qualcuno si rese conto di tale eresia urbanistica, si cercò di riparare con il Palamostre, un edificio senza arte né parte, nel senso che su un lato delle quinte non c’era proprio spazio per l’ingresso degli attori, che la torre scenica era inesistente e che – lo crediate o no – venne inaugurato con un parterre di poltroncine viola! Errori vistosi che spinsero il polemizzatore Candoni a recapitare nelle case di diversi udinesi un mattone con la scritta PUGTAUS sfidandoli a scioglierne l’acronimo: Per Un Grande Teatro A Udine Subito.

Ma un vero teatro a Udine non arrivò se non prima del 1997, dopo dibattiti e contro dibattiti, concorsi e ricorsi, scontri e polemiche dentro a una città che aveva dimostrato di aver fame di teatro, affollando le stagioni di prosa tradizionale e popolando di un incredibile numero di spettatori quelle alternative. Ora sono passati vent’anni ed è giusto chiedersi se quel teatro ha dato a Udine e alla sua comunità ciò che poteva dare. Come è giusto chiedersi se il teatro abbia ancora oggi funzione di pungolo sociale oppure sia diventato un placido dormitorio per signori di una certa età.

E questa domanda amletica vale di certo non solo per Udine, ma anche per i tanti teatri della nostra regione, molti dei quali periferici e proprio per questo ancor più necessari. C’è collaborazione tra i tanti spazi teatrali e le tante e giovani compagnie in bilico tra amatorialità e professionismo? Una regione come la nostra, che abbonda di sale e stagioni teatrali, che vede spuntare palii come funghi, sfrutta davvero quel patrimonio di giovani che si affaccia sui palcoscenici fin dalla scuola dell’obbligo? Questa poi è una regione dove non si ospitano solo spettacoli, ma si producono teatro e cultura. Produrre costa, è un investimento. Che ricaduta ha sul territorio? Che risposte dà a una società di confine cronologico e geografico? Che linguaggi usa per fare ciò? Sono quelli capaci di mescolarsi con il sentire quotidiano o sono solo un esercizio di stile autoreferenziale? Il Teatrone ha avuto un solo infelice caso di direttore artistico che producesse spettacoli con la sua (retribuita) regia. Mentre invece ciò pare appannaggio scontato dei direttori del Teatro Stabile del FVG. È giusto che un direttore artistico usi il suo incarico per firmare la regia dei suoi spettacoli? E allo stesso modo è giusto delegare la produzione solo a chi è riconosciuto dal ministero come entità produttiva? Non si soffoca così la creatività scalpitante di leve giovani, di gruppi che vorrebbero, ma non possono? E cosa vuol dire e che senso ha fare teatro di innovazione oggi? Non c’è il rischio di ripetere cliché sperimentali validi 20 anni fa, ma oggi meno incisivi?

E che dir del vasto e anche geograficamente vario mondo delle compagnie filodrammatiche e amatoriali, humus indispensabile per la sopravvivenza di una attività e di una passione teatrali? Qual è in definitiva il loro ruolo: devono provare a tutti i costi a rincorrere modalità e obiettivi di chi fa teatro per professione, o devono mirare a un ruolo socializzatore e di aggregazione che di fatto pare sempre più latitante nelle nostre comunità? E infine e soprattutto: perché sopravvive il teatro? Per una ritualità trasmessa e radicata, ma incapace di germogliare? Oppure è davvero uno dei pochi ultimi baluardi dinanzi a un farneticare confuso che impolvera i cervelli e gli sguardi, che confonde gli orizzonti, che, in altre parole, oscura le menti in cambio di una visione di noi e degli altri distorta, misera, vacua?

About the Author

Paolo Patui insegna pur avendo ancora molto da imparare; legge e scrive LeggerMente e senza esagerare. Spera di non diventare famoso. Soprattutto dopo morto.

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