Il Teatro del Friuli, vent’anni dopo. Colloquio con Renato Quaglia

Storia di una scommessa (persa)  /   /  Di TamTam

Renato Quaglia è stato tra i fondatori del Css e primo direttore artistico del teatro Giovanni da Udine. In un colloquio con TamTam, rievoca così quegli anni…

 

 

 

Nel 1997 inauguravate il teatro Giovanni da Udine, atteso dalla città da decenni…

Quasi vent’anni fa… E’ un tempo che toglie il fiato… credo che Google nascesse a settembre di quell’anno…

Lei è stato il primo direttore.

Non è il dato più significativo. Finalmente Udine aveva un teatro, ma l’inaugurazione del teatro fu occasione ed epilogo di scelte importanti per Udine.

Ad esempio?

Ricorda i dibattiti, sui giornali dell’epoca, sulla collocazione, la funzione, la dimensione, e poi il nome, il progetto? Ricorda lo scontro tra parti di città, tra gruppi, ambienti culturali, partiti? Sui giornali si leggevano lettere di fuoco, il dibattito per mesi e mesi fu accesissimo, si succedevano crisi comunali… Con l’inaugurazione del teatro arrivò a compimento un confronto che si stava combattendo da anni, su più terreni, tra le due anime perennemente in conflitto nella città: quella conservatrice e quella innovatrice.

La città era divisa tra pro-Teatro Club e pro-CSS su chi avrebbe dovuto gestire il teatro…

Negli anni precedenti c’era stata una lunga competizione tra il Teatro Club di Rodolfo Castiglione e il CSS. Credo che il confronto non fosse solo tra due diverse idee di teatro, tra la prosa convenzionale e il nuovo teatro. Quella accesa dialettica rispecchiava un ben più complesso confronto, che attraversò per anni, sottotraccia, l’intera città e che alla fine ebbe vincitori e vinti. A Udine si consumò, anche intorno al teatro e alla sua apertura, un conflitto generazionale, politico, strategico, di visioni, che attraversò la città e ne decise il futuro degli anni seguenti.

Veramente pensavo che lei volesse ricordare soprattutto l’inaugurazione del teatro, gli spettacoli, la conclusione di un’attesa quarantennale.

Anche, certo: un teatro bellissimo, un’architettura e un’acustica eccezionali, gli artisti internazionali, l’avvio di una macchina complessa che andava strutturata, il lancio promozionale. Ma un teatro è il migliore specchio di una città: se mi chiede vent’anni dopo cosa resta di quell’inizio, le dico che quell’evento teatrale fu l’occasione per stabilire nuovi equilibri, che modificarono il corso della città: l’esperienza di centro-sinistra si interruppe, prese avvio la stagione del leghismo-autonomista, non ebbe luogo il ricambio generazionale della classe dirigente che pareva alla portata, la città non imboccò una nuova fase di sviluppo, ma preferì acquietarsi nel modello di sviluppo del passato. Il ritardo di Udine su alcuni temi inizia e coincide con l’esito di quel confronto… Il Teatro Club e il CSS, che rappresentavano nel teatro la contrapposizione in corso tra le due idee di città, uscirono profondamente modificati da quell’anno inaugurale: il Teatro Club ridimensionato nel ruolo, il CSS comunque costretto, nonostante l’età, a un ruolo eternamente secondario e giovanilista.

E il teatro Giovanni da Udine come uscì da quello scontro?

Si adeguò alla visione conservativa e prudente che si era imposta per il futuro della città (sull’altra innovativa e rischiosa). Avrebbe dovuto essere per lo spettacolo (con le dovute proporzioni) quello che l’Università è stata per l’educazione. Invece non è mai diventato “il Teatro del Friuli”, né del nuovo riscatto culturale del territorio. Non è diventato un teatro che produceva, ma è rimasto un teatro “alla vecchia maniera”, che ospitava; non ha mai candidato Udine a un ruolo primario, ma ha scelto un profilo municipale e subalterno al capoluogo; non è stato un traino per gli altri settori della cultura, perché ha voluto semmai ricavarsi un suo spazio tra agli altri, senza ambizioni, accontentandosi di un ruolo di servizio, invece che di attrattore culturale. Con un profilo così dimesso, il teatro non ha nemmeno ridisegnato il sistema cittadino: il modello conservativo imboccato dalla città ha consentito che il sistema rimanesse inalterato, frammentato tra molti soggetti, come quando il teatro non c’era.

Eppure la musica ha trovato nel Giovanni da Udine il riscatto di anni di subalternità rispetto a Trieste.

La musica è il settore che forse ha tratto il maggior vantaggio dall’apertura del teatro. Ma il fenomeno andrebbe studiato con maggiore attenzione, per comprendere se è davvero mutata in meglio la condizione professionale dei musicisti in quest’area della regione, se la cultura musicale è stata accresciuta dalle programmazioni del teatro, più di quanto lo fosse prima, se le collaborazioni nel settore della musica con Trieste, Venezia, Vienna e Lubiana hanno ricevuto giovamento, se il Conservatorio udinese si è rafforzato…

Lei non tiene conto nella sua analisi di fenomeni come Vicino/Lontano o il Far East Film Festival.

Come non tenerne conto? Sono due fenomeni importanti, che confermano una certa predisposizione di Udine e del Friuli per esperienze particolarmente votate a una dimensione organizzativa, più che artistica, fortemente ancorate alla città, ma che cercano con altrettanta naturalezza di varcare la dimensione cittadina per assumere valenza nazionale o internazionale. Sono esperienze che hanno investito molto nella cura del progetto, nel consolidamento sul lungo periodo, raggiungendo livelli di assoluta qualità. Sono espressioni di quella parte di città (delle due parti in competizione perenne) che rischia, innova, rimette in discussione, vuole cambiare. Forse in questi anni l’idea innovativa di città ha di nuovo avuto il sopravvento e ha reso possibile l’affermarsi di queste esperienze. Il Cec del Far East Film Festival e Vicino/Lontano rappresentano in un certo senso il superamento della stagione che ebbe per protagonisti il Teatro Club e il CSS di quegli anni. Forse è già iniziato il tempo di quelli che supereranno e aggiorneranno anche la stagione ultradecennale che è in corso e li vede protagonisti.

Il CSS di venti anni fa si divise nel momento del successo, poco dopo aver preparato e inaugurato con una o due stagioni il nuovo Teatro di Udine. Lei andò alla Biennale e lasciò Udine, altri abbandonarono…

All’apertura del Giovanni da Udine, il CSS arrivò sfibrato da anni di crescita continua. L’idea di città che si stava imponendo non era più quella che lo aveva e lo avrebbe potuto sostenere negli anni a seguire. Solo superficialmente ai più poteva sembrare che sul teatro avesse prevalso la visione di cui eravamo portatori, ma non era così. Arrivammo a gestire gli inizi del teatro in una situazione che (può sembrare paradossale per chi non visse direttamente quelle vicende) non offriva reali prospettive. Come si è poi dimostrato, era una vittoria di Pirro. Venti anni di lavoro insieme avevano affaticato i rapporti e chiedevano nuovi stimoli.

Cosa resta di quell’esperienza vent’anni dopo?

Una lezione, per chi vi ha partecipato. Per la città un teatro bellissimo, che è un patrimonio anche per il Friuli. Un passaggio importante nella vita di Udine.

 
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