Ingenuo, sempre (con il teatro in una valigia)

Storie di attori  /   /  Di Vanni De Lucia

Sembrano passati mille anni e non quaranta da quell’autunno del ’76, quando a Udine, con due amici, iniziai l’avventura del Teatro Ingenuo. Ci volle la tremenda spinta del terremoto a farci decidere su cosa fare da grandi. A dire il vero, uno di noi, Giovanni Visentin, già lo sapeva, essendo da alcuni anni attore professionista, ma io e l’altro, Ferruccio Cainero, ancora brancolavamo, poco convinti, in nebulosi percorsi di studio e di lavoro, persi nella risacca di quello che era stato il grande mare della politica di quei formidabili anni, culla di arditi sogni e di esagerate speranze.

Galleggiando in una Udine sonnolenta e perbenino, comoda, per chi voleva correre, come un paio di scarpe strette, ma tollerante e ragionevolmente curiosa, ancora vibranti di furore rivoluzionario, salimmo sul palcoscenico, dopo un breve periodo di teatro di strada, con lo stesso entusiasmo e la spericolata voglia di cambiare il mondo che avevamo messo nella nostra militanza politica; fare qualcosa per rallegrare i terremotati nelle tendopoli fu la spinta iniziale e, da incontenibili “matarans”, la scelta del teatro, o meglio della clownerie, si presentò subito come la strada, o meglio la vocazione, a noi più naturale: ci riuscì benissimo. Visentin fu il nostro primo maestro.

Eravamo abituati al pubblico: assemblee, dibattiti, comizi, ma di tecniche teatrali eravamo a zero. Visenzio, come lo chiamammo da subito sulla scena, aveva frequentato la scuola Paolo Grassi a Milano e contribuito alla nascita del Teatro dell’Elfo, fucina di talenti, che, in quegli anni, curava una importante liason con il prestigioso Theatre du Soleil. Un attore di questo, Mario Gonzalez, per molti anni docente all’Accademia Nazionale di Drammaturgia a Parigi, ci guidò nei primi passi.

Quindi, fortunati, si cominciò alla grande, dalla serie A. In quegli anni di posti fissi, fare il commediante era, ancor più di oggi, sinonimo di incerto destino (sarà la televisione commerciale, qualche tempo dopo, a prospettare la carriera del comico come sicura fonte di successo e quattrini) e valeva per noi tutti la risposta del padre di Ferruccio che, interrogato sul figlio clown, rispondeva: “Il pajasso son mi che lo go fatto studiar e andar all’università”.

Fu, una carriera velocissima e gratificante che ci portò, in breve tempo, a spostarci a Milano e a entrare come gruppo di produzione permanente nel CRT, struttura che ospitava e produceva i più importanti protagonisti della ricerca teatrale internazionale (Kantor, Grotowski, Poliwka, Wilson, per citarne alcuni) e a calcare le scene di numerose città e paesi in Italia e all’estero. E Udine? Con Udine e il Friuli il legame non si spezzò mai anche se si mantenne episodico e senza un base istituzionale di riferimento.

Ovunque, intanto, dai primi anni Ottanta, nascevano gruppi e compagnie ben più avvezzi di noi ai corridoi degli assessorati e ai scartiloffi burocratici: la domandina, il progetto, la relazioncina, la rendicontazione, la gratitudine dei clientes, divennero il baricentro della Cultura: sorsero le “riserve” teatrali protette e sovvenzionate: il teatro ragazzi, il teatro di ricerca, il teatro di strada, il teatro dialettale, i clown dottori…. Insomma venti in ufficio e tre sulla scena e, da manuale, chi non fa insegna. Noi intanto, Ingenui, un po’ naive e un po’ cicale, godevamo di quella vita d’arte, riservandoci il ruolo di formiche solo per il lavoro creativo sul palcoscenico.

Ricordo che, con un nome artistico ormai riconosciuto e consolidato, molti colleghi si meravigliassero del fatto che non avessimo mai richiesto sovvenzioni ministeriali, una sede o uno spazio nostro, ma per noi, che il teatro era tutto in una valigia, l’importante era il prodotto e non la bottega: “Se lo spettacolo è buono si venderà”. Come è andata a finire? Tre friulani dispersi per il mondo a cui, quando tornano nella Patrie, una domanda può ancora capitare: “Ma fastu ancora teatro o te lavori?”. Auguri Teatro Ingenuo per le quaranta candeline senza torta!

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