Da tempo la terra trema

Lungo la via dell'Oxiana  /   /  Di Paolo Medeossi

Povera patria, dice Franco Battiato in un testo che è il più intenso lamento sui destini di questra nostra Italia. Povera patria. Come in un incubo mai finito rivediamo immagini che conosciamo, ascoltiamo parole già sentite, tutto ricomincia in questo Paese bello e fragile, con i suoi paesini remoti e aggrappati a una montagna, disegnati e cresciuti in territori tra i più sismici al mondo. Viviamo da ignari in piccoli universi pericolosi, ma la natura ha inevitabilmente i suoi ritmi e i suoi riti, secolari magari, però implacabili. Noi friulani conosciamo bene tutto questo, avendolo vissuto sulla pelle. E adesso guardiamo sgomenti le immagini di case maciullate, tra le quali spunta qualcuna che incredibimente ha retto. Sembrano braccia disperate che si levano al cielo in cerca di un aiuto.
Così torniamo con la memoria al 1976 quando le parole più profonde e vere su cosa sia un popolo aggredito da una catastrofe inattesa le scrisse padre David Maria Turoldo, di cui nel 2016 si ricorda in Friuli il centenario della nascita. Ecco alcune sue frasi tratte da “Mia terra, addio….”, pubblicato dall’editrice La Locusta nel 1980, in particolare dal capitolo “Da tempo la terra trema”, scritto subito dopo il sisma.

Il terremoto ha distrutto la nostra terra e ha sepolto forse per sempre un tessuto di civiltà millenaria, nel suo intreccio di simboli e di paesaggi, di natura, di cultura, di rapporti tra uomo e storia, rapporti che duravano in uno stato di armonia, in umile e composta bellezza. Ma noi non possiamo finire, non finirà la nostra grande storia. E la terra non sarà distrutta. Ecco dunque che si impone una maggiore e più chiara presa di coscienza circa “l’avvenire” che incombe fatale e circa “il futuro” che invece vogliamo salvo a tutti i costi. Dell’avvenire non c’è neppure da parlare: sarà un avvenire triste e funereo: già stanno morendo le grandi capitali; le metropoli sono piene ormai di immondizie e i popoli usciranno dai propri confini, e si moltiplicheranno, e nessuno potrà contare le folle di deportati. E’ un tutt’uno la storia dell’uomo e il gemito dell’intera creazione. Così sarà l’avvenire: una di quelle lunghe notti della storia che i sopravvissuti potranno chiamare ‘altro oscuro medioevo’. Inevitabili saranno le invasioni e gli ammazzamenti e la nuova barbarie. Così è sempre stato il passaggio da un’epoca all’altra e nessuno può ancora dire dove ci porterà. Però insieme a questo avvenire, ecco che si impone il futuro, per chi crede. Un futuro che lui deve costruire con le sue stesse mani, con la sua fede e la sua cultura, come sempre, perché è da tempo ormai che la terra trema…
A ciascuno di noi, in umiltà, si impone una presa piena di coscienza per conoscere perfettamente cosa è in gioco anche in questo angolo di terra. E sapere cosa fare, come essere domani, cosa salvare del passato, cosa portarci dietro. Tutto dipende, nel più vasto cataclisma, dalla salvezza delle civiltà locali: che cosa riusciremo a recuperare, cosa invece perderemo…
Una ricostruzione, per essere vera, perché sia segno di civiltà e abbia un valore, non può essere regalata. Una cosa la si deve fare con le proprie mani, allora la si ama. Una civiltà senza amori non è più una civiltà. Importante è inserire il tutto, anche l’inevitabile caos del dopo-terremoto, dentro il grande fiume della nostra storia e sentire subito che la ricostruzione o sarà globale, e cioè o coinvolgerà avanti tutto la stessa cultura friulana, o non sarà una vera ricostruzione. Non si costruisce nulla di buono, non si fa nulla impunemente, a prescindere dalla gente.

David Maria Turoldo
 
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Tutto accadde molto tempo fa meditando su uno scoglio davanti al mare di Duino: tuffarsi o no nelle congestioni e nelle ebbrezze della vita?

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