Uscita di sicurezza

Augh  /   /  Di Taddeo Zannier

È tornato, è riapparso come una pugnalata alle spalle. Ma nulla di imprevisto, tutto anzi prevedibile, a parte ora e luogo preciso. La storia dei terremoti in Italia è fatta di assalti al buio, di grande paura, poi di ritorno a una normalità scheggiata. Una storia incisa nella mappa geologica, quella che i giornali pubblicano a colori come ripetuti richiami a un pericolo che sta annidato nel sottosuolo, ai nostri piedi, sempre.

La storia friulana dei terremoti ne contempla duemila in duemila anni, tra distruttivi e no, ma la somma è quella. Come prevenire, come difendersi? Costruendo e attrezzandoci in un certo modo, che naturalmente costa. L’architetto Luciano Di Sopra già nel 1992 pubblicò un libro, poi inascoltato, incentrandolo appunto sui costi dei terremoti. In vent’anni aveva calcolato catastrofi naturali che, per soccorsi e riparazioni, erano costate all’Italia 117 mila miliardi delle lire di allora. Queste le percentuali tra i tipi di disastri: terremoti 82,7%, alluvioni 5,6%, calamità atmosferiche 5,9%, frane 2,2%, siccità, bradisismi ed epidemie 3,6%. Ecco la realtà e i costi da affrontare ogni volta. Dimensioni enormi e di fronte a dati simili quanto vale allora la storiella che per salvare questo paese basterebbe abolire il Cnel?

In tanti decenni, molti scrittori hanno raccontato i terremoti italiani. Come ha fatto Ignazio Silone, che nel sisma della Marsica perse tutta la famiglia, restando solo a 15 anni. Nel bellissimo libro “Uscita di sicurezza” (Mondadori), scrisse:

Nel 1915 un violento terremoto aveva distrutto buona parte del nostro circondario e in trenta secondi ucciso circa trentamila persone. Quel che più mi sorprese fu di osservare con quanta naturalezza i paesani accettassero la tremenda catastrofe. In una contrada come la nostra, in cui tante ingiustizie rimanevano impunite, la frequenza dei terremoti appariva un fatto talmente plausibile da non richiedere ulteriori spiegazioni. C’era anzi da stupirsi che i terremoti non capitassero più spesso. Nel terremoto morivano infatti ricchi e poveri, istruiti e analfabeti, autorità e sudditi. Nel terremoto la natura realizzava quello che la legge a parole prometteva e nei fatti non manteneva: l’uguaglianza. Uguaglianza effimera. Passata la paura, la disgrazia collettiva si trasformava in occasione di più larghe ingiustizie.

Non è dunque da stupire se quello che avvenne dopo il terremoto, e cioè la ricostruzione edilizia per opera dello Stato, a causa del modo come fu effettuata, dei numerosi brogli frodi furti camorre truffe malversazioni d’ogni specie cui diede luogo, apparve alla povera gente una calamità assai più penosa del cataclisma naturale. A quel tempo risale l’origine della convinzione popolare che, se l’umanità una buona volta dovrà rimetterci la pelle, non sarà in un terremoto o in una guerra, ma in un dopo-terremoto o in un dopo-guerra.

Un mio conoscente, licenziato da uno di quegli uffici statali incaricati della ricostruzione, mi rivelò un giorno un certo numero di dati precisi che costituivano altrettanti reati degli ingegneri suoi ex colleghi. Assai impressionato, mi affrettai a parlarne con alcune persone autorevoli, che conoscevo come probe e oneste, perché denunziassero i crimini. Non solo quei galantuomini da me consultati non ne contestavano l’autenticità, ma essi stessi erano in grado di confermarla; tuttavia mi sconsigliarono di “impicciarmi di quei fatti”, e aggiungevano affettuosamente: ‘Devi terminare gli studi, devi crearti una posizione, non devi comprometterti in affari che non ti riguardano’. ‘Volentieri’ rispondevo. ‘Certo è preferibile che la denunzia non parta da un ragazzo di diciassette anni, ma da persone adulte e autorevoli’.. ‘Noi non siamo mica pazzi’ mi rispondevano indignati. ‘Noi intendiamo occuparci unicamente dei fatti nostri e di nient’altro’.

Ne parlai allora con alcuni reverendi sacerdoti, e anche con qualche parente più coraggioso, e tutti, rivelandomi di essere più a meno al corrente di quelle turpitudini, mi scongiuravano di non intromettermi in quel vespaio, di pensare agli studi, alla carriera, all’avvenire. ‘Con piacere – rispondevo – ma qualcuno di voi è disposto a denunziare i ladri?’. ‘Non siamo matti’ essi mi rispondevano scandalizzati. ‘Sono affari che non ci riguardano’…

Andate a leggervi anche il resto di “Uscita di sicurezza”. Vale per un secolo fa, ma anche per oggi. Purtroppo.

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