Voi, mio specchio, mia allegria

Lungo la via dell'Oxiana  /   /  Di Paolo Medeossi

Le Olimpiadi sono una febbre, una bomba a orologeria. Scoppia ogni quattro anni, dura un paio di settimane, e poi il nulla, il silenzio, resta solamente il calcio con le sue paranoie e le nevrosi infantili da miliardari sazi. Ma in quelle due settimane c’è spazio per eroi dalla gloria effimera e istantanea. Così tutti sanno tutto (apparentemente) di sport minimi, impensabili, per pochi intimi di solito, asceti e fachiri allo stesso tempo, sport che assumono un peso specifico elevatissimo nell’orgoglio nazionale se fanno guadagnare oro, incenso e mirra. Tra gli sport più insoliti e arcani c’è il canottaggio. Si sa più o meno di che si tratta: una barca, dei remi, dei ragazzi e delle ragazze che spingono a più non posso, ma il canottaggio spesso viene confuso con la canoa, che è quasi simile, ma appunto “quasi”. Lì si pagaia, qui si rema. La caratteristica del canottaggio è che, se ci fate caso, è l’unico sport in cui l’atleta non vede il traguardo, girandogli le spalle. Il canottiere fissa con lo sguardo il punto di partenza cercando di farlo diventare il più rapidamente possibile distante, senza poter vedere quello di arrivo. E non notate in ciò una semplice, ma significativa metafora della vita che tutti attraversiamo?

Bon, non facciamola troppo grande, però non scordate questo primato del canottaggio che agli italiani regala sempre soddisfazioni. Da rivedere su YouTube le famose esuberanti telecronache di Gianpiero Galeazzi (da ragazzo anche lui bravo e agile canottiere), in particolare quando commenta l’oro alle Olimpiadi di Seul dei fratelli Abbagnale. Quella in cui lancia l’urlo nazionalpopolare: siamo un popolo di Abbagnale.

Se volete leggere qualcosa di curioso sul canottaggio, ecco un paio di consigli da Tam Tam. C’è un romanzo storico di Susan Vreeeland pubblicato dalla Beat che si intitola “La vita moderna”. Vi racconta come Auguste Renoir creò nel 1880 il famoso dipinto “Il pranzo dei canottieri” per celebrare le ebbrezze nella Parigi frenetica di allora. Altro libro sul rapporto canottaggio-letteratura è il divertente e serio Troppe puttane! Troppo canottaggio!, a cura di Filippo D’Angelo (Minimum Fax), titolo tratto da una frase di Flaubert rivolta a Maupassant affinché si applicasse di più al lavoro e meno al piacere nei vari aspetti. Poi c’è il recente Erano ragazzi in barca di Daniel James Brown (Hoepli), in cui racconta la storia degli otto canottieri americani che a sorpresa, nell’agosto 1936, conquistarono l’oro davanti alla Germania alle Olimpiadi di Berlino sotto gli occhi di Hitler e di una folla immensa, che dovettero subire una umiliante sconfitta.

 

Mario Checcacci fotografato da Leni Riefenstahl alle Olimpiadi di Berlino del 1936

Il canottiere italiano Mario Checcacci fotografato da Leni Riefenstahl alle Olimpiadi di Berlino del 1936

 

Il canottaggio è ben presente nella nostra regione, soprattutto a Trieste dove ha ispirato scrittori e poeti, ma noi vogliano citare a sorpresa Ida Vallerugo, appartatissima poetessa di Meduno, eppure così attenta alle vicende del mondo. Sono suoi i bellissimi versi di “Vogatori sul Thames”, espressi anche nel friulano della sua valle. Ida andò a Londra e vedendo i canottieri nel Tamigi scrisse:

“Voi, mio specchio, mia allegria, archi perfetti. Non posso stare che con voi, con la vita. E tu, città, lascia passare le tue api”

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Tutto accadde molto tempo fa meditando su uno scoglio davanti al mare di Duino: tuffarsi o no nelle congestioni e nelle ebbrezze della vita?

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